martedì 29 marzo 2011

Guerra al telemarketing: nasce il Registro pubblico delle opposizioni

Quante volte vi è capitato di rispondere al telefono e sentirvi dire dall'operatore di turno "gentile cliente, la chiamiamo per informarla che stiamo facendo una promozione ecc"? Si tratta la maggior parte delle volte di offerte astruse in cui ti chiameranno per dirti che è disponibile la nuova versione supermegaultrahd del decoder della taldeicieli compagnia e per la nuova offerta iperconveniente -per loro ovviamente- sul traffico telefonico della ex-concessionaria pubblica, ormai completamente privata, oppure sulle mirabolanti, sfavillanti prestazioni telematiche della nuova linea internet consigliata personalmente dall'ottavo re di Roma, con annessa consorte iena al seguito. Ma a noi comuni mortali, insofferenti all'ondata di inutile consumistica falsobisognoindotta tecnologia o altro, cosa ce ne importa? Sicuramente poco. Anzi, il più delle volte ci girano le palle come pochi. Perché queste telefonate sono invadenti e fastidiose.

Esempio del caso: oggi hanno chiamato a casa mia 6 volte nel giro di 2 ore. Telecom. Ogni volta che rispondevamo al telefono cadeva la linea. Ad intervalli regolari di 20 minuti, ecco di nuovo che squilla il telefono. Dopo 5 tentativi si riesce a parlare e, naturalmente, parte automatico lo sfanculamento dell'operatrice di turno. Poveretta, dice che non è colpa sua, che le chiamate partono in automatico dal centralino e che il loro compito è solo quello di rispondere una volta attivata la comunicazione.
Fatto sta che è una forte rottura ricevere questo tipo di chiamate. La colpa di questa situazione è dovuta maggiormente alla totale anarchia che vigeva nella regolarizzazione di questo tipo di settore. Frequenti sono stati anche i richiami fatti all'Autorità garante, nonché gli esposti fatti dalle varie associazioni dei consumatori.
Perché uso il verbo al passato? Perché da poco tempo a questa parte, a quanto pare, è possibile modificare in parte questa situazione per non ricevere più chiamate pubblicitarie indesiderate. Il d.l. 178 del 7 settembre 2010 ha permesso la creazione di un Registro pubblico delle opposizioni, a cui bisogna iscriversi per mettere fine a queste telefonate.
La legge è alquanto infima. Di sicuro mette un po' d'ordine in questo settore, ma in fin dei conti risulta monca rispetto a quello che si sarebbe potuto ottenere.

Innanzitutto la questione pubblicistica. Quante persone sono al corrente dell'esistenza di questo albo pubblico "per la difesa dell'utente"? Sicuramente solo i più informati. Nel decreto, all'art.11, è prevista una campagna di informazione e pubblicizzazione del registro ed è previsto inoltre che siano gli stessi operatori telefonici a dover informare i loro utenti attraverso specifici strumenti. Voi ne avevate sentito parlare? Io no. Vi hanno chiamato per dirvi che potete usufruire del diritto di non ricevere chiamate pubblicitarie? Macché. A me chiamano solo per appiopparmi qualche fantomatica offerta.

Seconda questione, le modalità di tutela. L'iscrizione all'albo prevede che le chiamate pubblicitarie cessano, dopo l'apposita iscrizione, solo da parte di quelle aziende che trovano il nostro numero tramite l'elenco telefonico pubblico. Ma quelle ricevute dalle aziende con cui abbiamo un contratto, con relativo numero di telefono ed autorizzazione al trattamento dei dati personali, quelle no. Ce le dobbiamo tenere. In pratica, avete un'offerta telecom? Vi possono ancora chiamare per altre offerte perché avete sottoscritto un contratto. Avete una tessera di un centro commerciale, di una palestra o cose del genere? Anche loro vi possono chiamare, in base alla sottoscrizione dell'autorizzazione al trattamento dei dati personali. Non solo, in casi di questo tipo, spesso firmiamo anche l'autorizzazione al trattamento dei dati personali per conto terzi. Il che significa che un'azienda può passare il nostro numero di telefono ad altre aziende e queste potranno chiamarci per le loro offerte. Anche in questo caso la nuova legge ci dice che ce le dobbiamo tenere. Quindi avete firmato un patto col diavolo con questo tipo di aziende? Cazzi vostri. La legge prevede che dovete sbrigarvela da soli, iscrivendovi ad altri appositi registri creati per ogni caso particolare.

Terza caso non chiaro del decreto, i tempi di attuazione. Esso afferma che l'iscrizione al registro avverrà "nel più breve tempo possibile". Il chi significa che finché non verrano svolte tutte le trafile burocratiche del caso, saremo ancora esposti a queste fastidiose chiamate.

Ultima questione, il valore estrinseco di tale decreto. I fattori sopra richiamati e il fatto stesso di aver istituito un registro apposito per tali opposizioni fa sì che sia legalizzato il principio al libero disturbo della privacy. Cioè, in barba ad ogni valore di rispetto della riservatezza, si fa passare per normale il principio del telemarketing, legalizzandolo. Il d.l. 196 del 30 giugno 2003 (Codice in materia di protezione dei dati personali, che potete trovare qui) afferma chiaramente, all'art.7, 4° comma, che «l'interessato ha diritto di opporsi, in tutto o in parte:
a) per motivi legittimi al trattamento dei dati personali che lo riguardano, ancorché pertinenti allo scopo della raccolta;
b) al trattamento di dati personali che lo riguardano a fini di invio di materiale pubblicitario o di vendita diretta o per il compimento di ricerche di mercato o di comunicazione commerciale.»
Con il decreto attuale invece si passa a una situazione in cui l'interessato ha il dovere, per legge, di ricevere qualsiasi chiamata commerciale, ma ha anche il privilegio di potersi iscrivere in un registro così da poter essere escluso, in parte, da questo meccanismo infernale messo in moto dalle aziende, col tacito consenso dei governi di turno. In pratica con questo decreto il principio della riservatezza viene fatto decadere di fronte agli interessi economici delle varie aziende. Alla faccia di noi poveri cittadini.

Cosa fare allora? Nel caso specifico, in vista di un futuro eventuale rimaneggiamento della normativa maggiormente rivolto alla tutela della privacy, meglio iscriversi a tale registro. Almeno, nel momento in cui diverrà pienamente operativo, ridurremmo queste fastidiosissime chiamate. Se le chiamate di disturbo dovessero proseguire numerose, iscriversi poi ai registri che verranno creati per le singole aziende. Nel frattempo, potete anche segnarvi su un foglio gli operatori recidivi e le modalità e i tempi con cui vi chiamano, per poi fare un esposto all'autorità Garante o una denuncia attraverso le diverse associazioni dei consumatori.
Insomma, far sentire la nostra voce e ricordare a tutti che prima di essere consumatori, siamo cittadini. E in quanto tale dobbiamo essere tutelati ed essere messi al riparo dalle ingerenze di queste fottutissime aziende che cercano in qualunque modo di spillarci soldi.

Per quanto riguarda il Registro pubblico per le opposizioni, è possibile registrarsi via internet, visitando questo indirizzo.
Per ogni altro chiarimento sulla normativa a tutela della riservatezza dei dati personali, nonché per i contatti utili a segnalare qualsiasi violazione, si veda il sito dell'Autorità garante della privacy.

sabato 26 marzo 2011

SUSPIRIA di Dario Argento

Capita a volte che si voglia rimetter mano e occhio a vecchi film che in passato ci erano piaciuti e di cui sentiamo la mancanza. Cosa sempre più rara, sicuramente, nel flusso ininterrotto di dati multimediali in cui siamo sommersi, presi incessantemente dalla frenesia famelica, dal consumo bulimico di materiale, sempre disponibile. Da quello cioè che è la precondizione base del consumismo: l'ampio catalogo inesauribile di prodotti precofenzionati a cui attingere in qualsiasi momento. Eppure a volte si avverte l'esigenza di tuffarsi in quel che è già noto, lasciandosi avvolgere dalla sicurezza di sapere già, aprioristicamente, come stanno le cose, di seguire un percorso già definito e battuto con sicurezza tempo addietro. Sai già dove la strada conduce, non sono possibili deviazioni. Quello è il sentiero e quello devi percorrere. Devi andare a parare esattamente nello stesso punto in cui eri arrivato tempo fa.

Ma può succedere anche che ripercorrendo strade già battute avvertiamo dei cambiamenti, qualcosa che prima non ci era saltato all'occhio oppure aspetti che prima non avremmo minimamente tenuto in considerazione. Ed è questo il caso. Parlo di Suspiria, film di Dario Argento del 1977, visto tempo fa (moolto tempo fa) e poi riposto in un cassetto della memoria. Ieri ho sentito l'esigenza di rivederlo. Ed ecco così che il Suspiria di oggi non è più lo stesso di ieri.

Cosa è cambiato? Ovviamente il film è rimasto sempre lo stesso. Siamo noi che guardando un film ogni volta ci troviamo qualcosa di diverso che prima non vedevamo, semplicemente perché siamo noi ad essere cambiati. Così ci ricordava Bruce Willis ne L'esercito delle 12 scimmie. Ed è effettivamente così, perché la mia prima visione di Suspiria era determinata dal timido affacciarsi al mondo del cinema in materia seria e pedagogica, filtrata dalla passione, un po' sfacciatamente nerd, per i film horror.
Ora invece la situazione è cambiata. Migliaia di film e l'interesse (un po' per passione, un po' per accademia) per il linguaggio cinematografico, hanno determinato un cambiamento di prospettive. Se nel Suspiria di ieri ciò che più mi aveva colpito (lo ammetto, ero veramente ingenuo) era stata la trama -che non scrivo, tanto la potete trovare qui- nel Suspiria di oggi essa passa in secondo piano rispetto alle altre componenti filmiche.
Effettivamente la trama è il punto debole di questo film, i cui meccanismi non si incastrano alla perfezione come dovrebbero e anzi alcune scelte narrative vengono liquidate frettolosamente con spiegazioni semplicistiche, che stonano di fronte allo sviluppo, magnificente, delle altre componenti. Quali sono queste componenti? Sono due e appartengono a quelle categorie che mi hanno fatto cambiare posizione rispetto a questa pellicola: la fotografia e la musica. A cui si aggiunge una componente che è trasversale a tutte le produzioni argentiane: la misoginia voyeuristica.

FOTOGRAFIA
Vuoi perché ero ancora digiuno di tecniche cinematografiche, vuoi perché la vecchia vhs che avevo non rendeva giustizia, la fotografia di Suspiria, vista oggi con la pellicola rimasterizzata adottata nella versione in dvd, è semplicemente eccezionale. Argento utilizza la pellicola come se fosse una grande tela su cui dipingere utilizzando i pochi colori che ha a disposizione: il blu e il rosso. Le scelte cromatiche adottate da Luciano Tovoli, direttore della fotografia qui in grandissima forma, e create facendo uso della Technicolor Process 5 -da lì a poco abbandonata dall'industria cinematografica-, permettono la messa in scena di un vero e proprio sentimento di angoscia, sempre palpabile, in cui l'aria si carica di esoterismo e l'atmosfera diventa sempre più eterea man mano che vengono svelati i risvolti magici della vicenda. Non solo nell'utilizzo delle luci, il blu e il rosso predominano anche nelle architetture, così che l'istituto di danza si viene a configurare come una successione di stanze in cui l'alternanza tra questi due colori, oltre che rendere un forte contrasto cromatico alla vista, diventa anche un'esperienza straniante per lo spettatore. Siamo così avvolti, quasi soffocati, da questi colori che sembrano comunicarci la sensazione di pericolo predominante negli avvenimenti che accadono alla protagonista, ma utilizzati anche quasi a dirci che tutto ciò che vediamo è irreale. Sia perché il tema è ancorata a qualcosa che va oltre la realtà fisica -la magia- sia perché il film non è reale, ma solo finzione. Una fotografia, in conclusione, che è il vero e proprio punto di forza di Suspiria, capolavoro della messinscena cinematografica che tocca livelli elevatsissimi che lo stesso Dario Argento non ha più saputo eguagliare.

MUSICA
Altro aspetto che ci ha guadagnato notevolmente dalla rimasterizzazione e dall'indirizzamento multicanale della versione in dvd. La musica extra-diegetica, composta dai Goblin insieme allo stesso Argento, fa da contrappunto esemplare allo svolgersi delle vicende sullo schermo. Grazie ad essa è possibile l'accumulo di tensione, cosa che dovrebbe essere normale per un film horror. Ma è da sottolineare il fatto che è la musica in sé stessa a creare tensione, senza ricorrere ad altri artifici fonici. Mi spiego meglio. Nelle produzioni horror recenti l'effetto tensione è ricavato facendo schizzare il volume dell'audio in determinati momenti. Più che di tensione parliamo di un vero e proprio effetto sorpresa. Può essere un rumore, un effetto sonoro o qualsiasi altra cosa, ma diventa preponderante solo quando si opera un innalzamento del volume. Alzare all'improvviso il sonoro diventa quindi una tecnica, abusata nelle produzioni horror. È lo stesso meccanismo che funziona quando siamo intenti a fare qualcosa e siamo talmente concentrati da non accorgerci che qualcuno ci viene alle spalle. Quando ci chiamano o ci toccano ci spaventeremo e prenderemo, come si dice in quei casi, un colpo. Ma questo "colpo" non deriva dall'accumularsi della tensione, ma solo dall'effetto sorpresa dato dal modificarsi di una situazione nota a opera di un'incognita sconosciuta. Questo è ciò che avviene in molte produzioni recenti. Ad esempio abbiamo un attore che si avventura in una stanza buia nel completo silenzio. Si sofferma a guardare intensamente un particolare fino a che non appare bruscamente qualcosa, con relativo rumore ed effetto schizzato a palla. Saltiamo sulla sedia, ma solo per l'effetto sorpresa (e fastidio aggiungeri pure, dato che è una cosa abbastanza fastidiosa). Ci sono anche tantissimi video amatoriali su youtube che testimoniano come questa insulsa tecnica abbia poco a che fare con la padronanza del linguaggio cineamtografico.
Cosa succede invece in Suspiria? Questa tecnica è ridotta all'osso, potremmo dire che non è presente per nulla. La tensione viene creata solo dal connubio scena+musica. Le note dei Goblin sono capaci, per la loro forza e le loro tonalità misteriose, di creare un sentimento particolare nello spettatore e sono sufficienti solo quelle note ad inquietarci. La scena del primo delitto all'istituto ne è la prova lampante. Tramite una carrellata la macchina da presa si avvicina dall'esterno alla finestra, al cui interno vediamo la futura vittima. Su questo movimento parte il tema musicale a dirci che sta per accadere qualcosa. Si passa ad un piano sequenza che ci mostra il movimento dell'attrice che si avvicina alla finestra, mentre le note incalzano ancora di più e si fanno più prepotenti, a rimarcare la sensazione di pericolo. Primo piano dell'attrice che scruta attraverso la finestra per cercare di capire cosa c'è al di fuori e la musica sembra quasi scemare, tranquillizzarsi nel suo tema. Dettaglio della finestra, dal buio appaiono due occhi. L'effetto sonoro è minimo. Dalla finestra irrompe un braccio mostruoso che spinge il viso della vittima verso il vetro. La musica riparte impetuosa. Qui parte l'azione del delitto e la tensione si scarica. Essa ha raggiunto il picco massimo nella comparsa della creatura mostruosa ed è stata creata unicamente dalla musica che accompagnava l'avvicinarsi della ragazza alla finestra. È una tecnica cinematografica che solo pochi maestri dello spavento sono capaci ci creare. E non a caso Dario Argento è sempre stato considerato uno dei maestri del cinema horror mondiale, prima che anche lui, con l'avanzare della vecchiaia, imboccasse la china discendente. Argento si serve magistralmente della musica, sa che essa è fondamentale nella costruzione della scena. E i Goblin sono anch'essi magistrali nella loro esecuzione. Lo capissero anche le nuove leve registiche, sicuramente guadagneremmo di più nella visione dei film horror. Ma sono rari i casi. Per adesso accontentiamoci di riguardare Suspiria.

MISOGINIA VOYEURISTICA
Un altro aspetto che mi ha sempre colpito dei film argentiani, di tutti. I delitti migliori, nella loro resa cinematografica, sono sempre quelli che vedono protagoniste delle donne. Inoltre mi sono sempre chiesto se l'indugiare lentamente sull'accanimento efferato degli assassini sulle loro vittime, invece che essere soltanto funzionale alla descrizione del delitto non esprima invece un mero piacere che si trae dalla visione passiva della violazione delle carni. Il coltello che penetra, la gola tagliata in due che apre spazi rosei pronti per accogliere lame, la profanazione del corpo femminile tramite armi da taglio (simboli fallici per eccellenza). Tutti i delitti argentiani assumono anche una metaforica carica sessuale e non sembrano altro che la sublimazione di un desiderio incapace di esprimersi razionalmente nel rapporto con l'altro sesso. Quindi una misoginia derivante dalla repressione sessuale.
Una valenza e un tema di cui il cinema argentiano è sempre stato espressione, attraverso l'espletazione delittuosa derivante da traumi infantili che portano spesso alla devianza sessuale. Ne sono alcuni esempi l'omosessualità di Carlo, interpretato da Gabriele Lavia, in Profondo Rosso; l'intero background psichico dell'assassino di Tenebre e di quello di Giallo (l'ultimo, terribile, film diretto da Argento). Anche la messa in scena degli omicidi si presenta nelle produzioni argentiane come liberazione di una carica sessuale repressa. (Se siete facilmente impressionabili vi sconsiglio la visione dei video linkati) La sopracitata scena di Suspiria, in cui la lama del coltello penetra ripetutamente il corpo della vittima, richiama la prima penetrazione fallica di un un virginale corpo femminile. In Tenebre Eva Robin's aggredisce l'omicida, (nella scena che spiega il trauma alla base degli atti violenti) conficcandogli un tacco a spillo in bocca, chiaro simbolo di dominazione sessuale. In Opera la scena della vittima costretta a non poter chiudere gli occhi a causa degli aghi fissati alle palpebre farebbe pensare ad un'esplicita significazione dello stupro della visione, che rimanda, con altri significati, anche all'occhio dilaniato dal rasoio dello Chien andalou di Bunuel. Ancora in Profondo Rosso l'uccisione del prof. Giordani, interpretato da Glauco Mauri, con i denti spaccati su un angolo del caminetto e poi del tavolo, tende a simboleggiare un violento rapporto orale.
Il corpo da castigare quindi, soprattutto quello femminile. E il piacere che se ne trae dalla visione passiva. Non siamo noi spettatori a compiere la violenza, tuttavia ne traiamo piacere guardando, sapendo che c'è qualcuno che lo fa al nostro posto, facendo così scattare delle molle ancestrali nel nostro ego che soddisfano quelle pulsioni di morte (ma sempre collegate alla sfera sessuale, come ci insegna Freud) che altrimenti rimarebbero inespresse e sopite nel profondo del nostro inconscio. Detto in questa maniera sembra quasi una cosa orribile, da far gridare allo scandalo. Così come accadeva non molti anni fa d'altronde, quando commissioni censorie di vario tipo tagliuzzavano e vietavano tutti quei film che avevano proprio nel binomio sesso+violenza la loro matrice di significato. Invece possiamo stare tranquilli perché il cinema non è altro che una proiezione delle nostri pulsioni. Ma qui ci sarebbe da aprire un discorso altrettanto lungo. Quindi mi limito a dire che in casi del genere, la messa in scena di determinati comportamenti efferati, mettono in moto un meccanismo di catarsi che placa le pulsioni umane, invece che provocarle. Che Dario Argento sia stato consapevole o meno della carica sessuale delle sue narrazioni filmiche non ci è dato saperlo (io penso di sì). Fatto sta che sono opere che aprono orizzonti di riflessione vastissimi, al di là del loro aspetto meramente "da filmetto truculento", direbbe qualcuno.

Tornando al punto da cui sono partito, rivedere il film di Argento dopo tanto tempo, avendo come termine di paragone tantissime altre pellicole, di genere e non, mi ha portato a una conclusione: Suspiria è il film horror più raffinato di sempre. Il suo valore artistico è elevatissimo. La visione di questo film basta per collocare Dario Argento tra i grandi autori del cinema mondiale. Peccato che non abbia saputo mantenere questo livello nelle pellicole successive.


P.S. Un piccolo appunto. Si parla su internet della "comparsata" del regista, in un riflesso all'interno della scena del taxi in cui Argento si presenterebbe con una «espressione demoniaca alquanto bizzarra», almeno stando a quanto afferma wikipedia. Ho messo mano al dvd e fermato l'immagine. Beh, a me più che espressione demoniaca sembra un'espressione alquanto divertita. Ma potete giudicare voi stessi dall'immagine sottostante.


mercoledì 23 marzo 2011

Le favolette sull'energia nucleare - parte 3. Inchieste illustri

Piccolo aggiornamento, breve stavolta, ancora sul nucleare.

Il Governo ha deciso la moratoria, congelando per un anno o due, la decisione del ritorno all'atomo come fonte di approvvigionamento energetico. Scelta attuata, con tutta probabilità, per far calmare le acque sul referendum in programma il 12 e 13 giugno e "tranquillizzare" di fatto la popolazione, così da evitare il raggiungimento del quorum.

Loro tranquilizzano e io ne approfitto per allarmare ancora di più sulla questione.
Perciò sono andato a ripescare in rete due ottime inchieste fatte tempo fa sulla questione del nucleare.

La prima è "L'inganno", tratto da Report del 29 marzo 2009. L'inchiesta mostra come i rischi degli incidenti nucleari già accaduti siano stati coperti, anzi censurati, dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dietro pressione dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA). Dimostra anche che avere centrali nucleari non porterà alla diminuzione dell'uso dei combustibili fossili (anzi, il contrario) e che la nostra bolletta della luce non solo non sarà più bassa, ma anzi aumenterà in virtù di uno strano meccanismo, tutto italiano, di "equiparazione delle inefficenze". Tutto questo e anche altro nella puntata che potete trovare QUI.

La seconda inchiesta è "Nucleare", tratto da Presa Diretta del 19 settembre 2010. Insieme a Iacona giriamo mezza Europa, quella dove ci sono le centrali nucleari, per capire i rischi per la salute di chi ci vive quotidianamente intorno (quindi in condizioni di normalità, non di incidente di qualsiasi tipo). Vediamo inoltre il problema dello stoccaggio delle scorie, tra cui emerge il disastro della miniera di Asse in Germania, e che fine hanno fatto le scorie delle centrali nucleari italiane, oramai spente (le centrali, non le scorie). E poi la parte più interessante: le centrali EPR, quelle cosiddette di nuova generazione, che abbiamo comprato dai francesi. Vediamo così che questa "nuova generazione" è solo una bufala e che l'unico posto al mondo, L'UNICO, che ne sta costruendo una, la Finlandia, non è proprio contentissimo di come stanno andando le cose. La puntata intera la potete trovare QUI.

Infine una curiosità. Qui sotto trovate una mappa delle dosi di radiazioni assumibili dall'essere umano a vari livelli, da quelli fisiologici a quelli letali, con tanto di esempi (tipo mangiare una banana, usare un monitor CRT per un anno, farsi una radiografia, ecc.). È interessante per fare un paragone -e un po' di chiarezza- su questa benedetta questione delle radiazioni. Va da sé che un'esposizione massiccia e ravvicinata nel tempo causa un danno maggiore, ma anche un'esposizione prolungata a piccole dosi- cosa che avviene quotidianamente nella nostra vita- aumenta il rischio di cancro e leucemia, senza scomodare incidenti nucleari vari.


L'immagine l'ho trovata sul blog di Paolo Attivissimo. Per chi fosse interessato, i riferimenti e le fonti utilizzate sono contenute nell'immagine stessa, in basso a sinistra.

martedì 22 marzo 2011

LOVE EXPOSURE (Ai no mukidashi) di Shion Sono

Metti un giapponese a riflettere sulla religione, farlo soffermare su quella cattolica in particolare, e vedi un po' cosa ne esce. Il risultato: Love Exposure. Tredicesimo lungometraggio del folle Shion Sono, nipponico regista sopra le righe che già ci aveva sbalordito col suo Suicide Club e che qui si supera. Esagerato, parossistico, estremo, surreale, pervertito, comico, efferato, profondo, ma anche commovente. Tutto questo amalgamato in quasi 4 ore di pellicola. E pensare che in origine il metraggio arrivava a sfiorare le 6 ore, poi ridotto a 2 per esigenze di distribuzione e rimontato infine nella sua versione definitiva di quasi 4 ore. Quella che i pochi fortunati hanno potuto ammirare negli asianfilmfestival sparsi per il mondo. Quella che noi, poveri comuni mortali, abbiamo potuto visionare grazie alle maglie larghe della rete che ci ha offerta la possibilità, prima inesistente, di poter accedere a tutti questi tipi di produzioni. Ovviamente dietro intercessioni di quelle anime buone e caritevoli che per noi si sbattono (in maniera completamente gratuita e disinteressata) e li mettono sulla rete. Affinché altri possano gioire alla visione di gioielli altrimenti sconosciuti.
Potremmo usare la parola capolavoro per definire questo immenso lavoro di Sono. Una parola che spesso è abusata, soprattutto sul web, tanto per classificare mostri sacri del cinema internazionale, quanto per alcuni filmetti di serie z (di culto si diceva una volta) che a vederli al cinema non gli daresti una lira. Anzi picchieresti gli inservienti per farti ridare i soldi. Ebbene, questa volta la usiamo la fatidica fantomatica parolina magica. Capolavoro.

A grandi linee la trama. Yu è figlio di una cattolica fervente che muore a causa di una malattia. Il padre, Tetsu, rimasto vedovo, decide di prendere i voti e diventare un sacerdote della chiesa cattolica. Tutto scorre tranquillamente fino all'arrivo di Kaori, prostituta in cerca di redenzione, che cercherà in ogni modo di attrarre a sé colui che però è ormai proprietà di dio: il padre di Yu. Questa la causa scatenante degli eventi del primo capitolo. La danza di accoppiamento compiuta da Saori, che innumerevoli volte attrae a sé per poi subito allontanare l'amato, destabilizza quella che sembrava una normale famiglia media giapponese. L'allontanamento definitivo della prostituta, stanca ormai di doversi continuamente nascondere agli occhi di tutti per evitare scandali, sconvolge a tal punto Tetsu, che si chiuderà sempre più in sé stesso e comincerà la sua opera di coercizione (vedi anche alla voce: violenza psicologica) sul figlio, costringendolo a confessarsi continuamente. Ma c'è un solo problema. Anche Yu è un fervente cattolico e non ha peccati da confessare. Sarà costretto ad inventarserli, ma una volta scoperta la menzogna decide di cominciare a peccare davvero. Si apre così la strada che lo porterà prima ad entrare a far parte di una gang di teppisti e poi a diventare il re dei pervertiti, maestro indiscusso e supremo nell'arte del tosatsu (con tanto di addestramento in stile ninja), ossia quella nobile arte, tutta nipponica, di scattare fotografie sotto le gonne di ignare donne e ragazzine di passaggio. Ma Yu ha un problema. Nonostante le migliaia di foto scattate, non riesce ad avere un'erezione. Il motivo è semplice. La sua erezione è votata a Maria (la sublimazione della sua donna ideale, promessa fatta da bambino alla madre morente) e non può avvenire con nessun'altra. Inizia così il conto alla rovescia dei giorni che mancano all'avvento del "miracolo" che lo porterà a conoscere la sua personalissima Maria: Yoko. Qui mi fermo con la trama per due motivi. Primo per non rovinare la visione, secondo perché servirebbe un post chilometrico per scriverla (stiamo parlando di 4 ore di film dopotutto). Premetto solo il fatto che le cose ovviamente non saranno certo facili per Yu (altrimenti non avremmo la trama, come ci insegna Syd Field) e che gli eventi che faranno muovere il tutto saranno l'equivoco provocato dall'incontro del protagonista con Yoko (ma travestito sotto le sembianze di Miss Scorpion) e dell'ingresso in scena del personaggio di Koike, feroce esponente della Chiesa Zero, setta religiosa dagli scopi tutt'altro che trasparenti.
Passiamo alle considerazioni.

TRAMA
La durata del film può spaventare, tanto più che gli eventi sono concatenati ed è impossibile scinderli in due parti divise, così da alleggerire la visione. Tuttavia essa scorre agevolmente e cattura lo spettatore non facendo calare mai il livello di attenzione. Principalmente per due motivi. Primo perché la trama è molto lineare. Nel senso, gli eventi sono concatenati in maniera consequenziale così che ci sarà il passaggio da una parte all'altra semplicemente per il meccanismo di causa-effetto. L'evento X porta a quello Y, che a sua volta conduce all'evento Z. Niente tarantinismi alla pulp fiction o nolaniani intrecci ingarbugliati. I personaggi che fanno una comparsata all'inizio avranno il loro ruolo in seguito. Ma sempre in una concatenazione lineare degli eventi. Talvolta ci dimentichiamo che è così semplice fare cinema. Non c'è bisogno di artifici astrusi e trovate tecniche arzigogolate. Un'ottima trama, degli ottimi attori e una buona dose di talento sono sufficienti a costruire un capolavoro. Il secondo motivo della scorrevolezza della pellicola è l'alternanza dei diversi registri e delle trovate narrative. Passiamo dal quotidiano al comico, dal grottesco allo splatter, dalla sguaiatezza più becera al lirismo più poetico. Il tutto amalgamato con notevole cognizione di causa. Non c'è una sequenza fuori posto. Ogni minimo tassello si incastra alla perfezione nel mosaico costruitoci da Sono.

TECNICA
Il film è interamente girato in digitale. E si vede. Ma la fotografia svolge bene il suo compito, funzionale al racconto e mai sopra (o sotto) le righe. Le inquadrature sono tipicamente made in Japan, e si alternano tra quelle frenetiche (ma mai incomprensibili) delle scene di lotta a quelle più tipicamente statiche (come la splendida sequenza del furgoncino sul mare di cui parleremo a breve). Per quanto riguarda il casting, i due attori protagonisti provengono invece dal mondo musicale. Hikari Mitsushima (Yoko) da quello delle idol, Takahiro Nishijima (Yu) dal gruppo j-pop AAA. Ma di bravura ne ostentano tantissima. Sembrano nati per interpretare questi ruoli. Ma sicuramente c'è molta della maestria di Sono nella capacità di dirigerli perfettamente e di portarli lì dove la narrazione lo esigeva. Anche gli altri sono calati al meglio nella parte, con una nota di merito soprattutto per Sakura Ando (Keiko), capace di esprimere tutta la contraddizione e la ferocia insita nel personaggio interpretato e capace di restituirci una vera e propria maschera demoniaca, sempre tirata, allucinata e deformata. Non è roba da poco.

VARIE ED EVENTUALI: RELIGIONI
Primo argomento che balza subito all'attenzione è la tematica religiosa. Sono, forse privilegiato in questo dal non avere un'intera civiltà alle spalle basata sulle convinzioni fondamentaliste cattoliche, ci presenta uno sguardo delle religioni completamente scevro da ogni compromesso. I suoi obiettivi dichiarati sono due: la religione cattolica e quelle nuove pseudo-religioni fondate su chissà quali velleità mistiche. Mi verrebbe da pensare a scientology, ai mormoni, e a chissà quante altre messe in scene che vogliono attirare una platea di  allocchi bisognosi di spiritualità a buon mercato, dietro iniezioni di notevoli assegni di denaro però. Le religioni presentateci da Sono si rivelano per quello che sono. Abbiette, spietate, autoritarie, violente e voltagabbana. O meglio, non le religioni in sé, ma l'uso che di esse si fa. Stiamo parlando cioè del clero. Di chi si arroga il diritto di dire agli altri come sentire la fede e cosa pensare (e fare) per rispettare i dettami religiosi, facendo precipitare così i loro fedeli in una spirale di fondamentalismo che si viene a presentare come un vero e proprio lavaggio del cervello. Per riportare alla normalità questi uomini e donne plagiate dai cleri bisognerebbe impegnarsi duramente nell'eliminare questo lavaggio del cervello. E la scena del furgone in spiaggia, in cui Yu cerca di decervellare con la forza Yoko, è emblematica di questa situazione paradossale. Oltre che essere struggente e una delle scene più dense di significato dell'intero film.

FEDE E SPERANZA
La fede non è dio, non è gesù, non è buddha e qualsiasi altra divinità, non è rispettare i comandamenti, non è pregare intensamente. Può anche essere tutto questo. Ma non necessariamente e non solo. La fede è ciò che noi stabiliamo come nostro punto di forza, come direttrice (morale e non) della nostra vita. Qualcosa che ci spinge ad andare avanti verso le mete che ci siamo prefissati e che ci identificano per quel che vogliamo essere. È una speranza. Non a caso le fedi non sono solo religiose, ma possono anche essere politiche, economiche, ecc. Nel film abbiamo numerose fedi, ognuna in contraddizione con l'altra, fatta eccezione per quelle di Yu. La fede cattolica è in contrasto con quella delle Chiesa Zero. Entrambe divergono da quelle due fedi personali di Yu: il tosatsu e Maria. Eppure Yu è la dimostrazione lampante di come la fede sia la forza che ci spinge a lottare contro quelle che noi consideriamo ingiustizie. A farci operare un cambiamento. O perlomeno a cercare di provarci. La fede di Yu è inarrestabile. Sembra quasi che sia l'unico personaggio positivo della pellicola con la sua convinzione irrefrenabile. Grazie alla sua fede troverà la speranza e la forza per combattere anche quando tutto il mondo che gli si era costruito attorno sembra sgretolarsi sotto i piedi. Troverà il coraggio di affrontare l'intero apparato clericale della Zero (con tanto di combattimento all'arma bianca in pieno stile japan, cioè con geyser di sangue in quantità) pur di restare fedele, appunto, alla sua fede: Maria-Yoko. Ma la fede può anche essere la perversione. Yu è un hentai (pervertito) dichiarato e convinto, spinto dal peccato. E come lui ce ne sono tanti altri che vedono misticamente la perversione come una vocazione. Gli applausi ricevuti nella scena dell'audizione ad una compagnia produttrice di film porno e il successo riscosso al raduno dei pervertiti ne sono un esempio lampante. Quindi la fede non è ciò che gli altri ci impongono. Può essere qualsiasi cosa. È qualcosa di nostro. Di personalissimo. Basta che sia qualcosa che ci faccia sentire bene e che crediamo possa, in futuro, migliorare la nostra situazione e quella degli altri.

CLICHÉ
Nel film sono presenti degli stereotipi, veri e propri marchi di fabbrica di moltissime produzioni nipponiche. Fortunatamente sono dei cliché positivi. Non ridicolizzano né banalizzano la trama, non fanno scemare l'approfondimento psicologico dei personaggi ma anzi aiutano a definirne la caratterizzazione. Due in particolare. Primo cliché: il ruolo mancante dei genitori. Si sa che la società giapponese è una società poco propensa all'accudimento dei figli, per motivi lavorativi. Detto in altro modo, i genitori (entrambi) lavorano fino a tardi e passano poco del loro tempo con la progenie. Questa mancanza è da sempre stata stigmatizzata nelle produzioni nipponiche, così che spesso e volentieri ci troviamo di fronte ad orfani, figli di genitori divorziati e o semplicemente assenti. Qui il clichè si presenta più robusto che mai. Yu ha perso la madre e vive grottescamente l'altalenante rapporto col padre. Il genitore di Yoko è un abitué di prostitute. Yoko abbandonerà il padre per andare a vivere con Saori. Non certo un esempio di rettitudine. Keiko è stata violentata ripetutamente dal padre alcolizzato, tanto da arrivare ad ucciderlo nel sonno, tramite la più efferata delle morti (almeno per gli appartenenti al genere maschile): l'evirazione. Anche i compagni di Yu, Senpai, Takahiro e Yuji, sembrano non avere genitori che li sorreggano. Questa mancanza però nell'economia della narrazione è fondamentale per delineare gli antecedenti, il background dei personaggi, e provocare un determinato comportamento.
Il secondo stereotipo è quello che vede il Giappone come patria dei pervertiti e degli adoratori di mutandine. Che dire, Sono ci ride sopra. E noi con lui. I momenti comicamente migliori sono proprio quelli legati all'insegnamento della sopraffina arte del tosatsu e al raduno dei pervertiti.

AMORE
Perché chiamare altrimenti il film Love exposure (esposizione all'amore) se di questo sentimento non v'è traccia? L'amore è in realtà la vera forza trainante della pellicola. Determina i rapporti tra i personaggi e costruisce il mondo di Yu. Questi si trova esposto infatti a tre pressanti forze amorose che si configurano, ora l'una ora l'altra, alternandosi come centrifughe e centripete: l'amore idealizzato per la madre, quello interrotto col padre e quello in corso di definizione con Yoko. Proprio quest'ultimo arriverà a configurarsi come punto centrale, capace di dare stabilità, seppur non ricambiato; ostacolato invece dalla negazione di ogni tipo di sentimento amoroso, incarnato dalla dottrina e dai dogmi della Chiesa Zero, e da Keiko, che in fondo altro non è che la nemesi di Yu. Fino al capovolgimento, dove l'amore gioca il suo scherzo prediletto, cinico, e rovescia sarcasticamente tutto ciò che si era costruito. Non senza speranza in realtà. La parabola più profonda sull'amore è, ancora, nella scena del furgone sulla spiaggia, quando Yoko riuscirà a fuggire e Yu cercherà di convincerla riguardo alla sua posizione di salvatore. La risposta di lei è esemplificata nella citazione del versetto 13 della lettera di Paolo ai Corinzi, tratta dal più grande best-seller di tutti i tempi: la bibbia.
La citazione merita di essere trascritta integralmente, con una nota però. I sottotitoli del film non sembravano proprio esatti nella citazione. Sono andato così a controllare e ho scoperto, con stupore, che mentre nel film ci si riferisce all'amore, nella bibbia si parla di carità. Googlando (e facendo ricorso ai miei ricordi, labili in verità, di greco delle superiori) ho capito che l'uso del termine carità si deve al fatto che nell'originale in greco il termine usato è agape e non eros. Entrambi termini che indicano l'amore, ma il primo è nella forma di apertura disinteressata all'altro, la seconda invece di possesso. Solo che la parola usata nel film è proprio ai, amore, e non jizen (che dovrebbe corrispondere a carità). Non è stata quindi una svista del subber, ma una precisa scelta di Sono che ha, in questa maniera, deformato il messaggio originale della trascrizione biblica per renderlo ancora più universale, profondo e poetico.

«Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi amore, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi amore, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi amore, niente mi giova.
L'amore è paziente, è benigno l'amore; non è invidioso l'amore, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. L'amore non avrà mai fine.
Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà.
La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà.
Quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, diventato uomo, ciò che ero da bambino l'ho abbandonato.
Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto.
Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e l'amore; ma di tutte la più grande è l'amore

In conclusione, se non vi fate intimorire dalla durata del film e siete abbastanza open-mind da accettare determinati argomenti, procuratevelo e guardatevelo. Godetevelo. Non ve ne pentirete.



 Sopra il trailer, sotto la scena dell'addesstramento all'arte del tosatsu.


sabato 19 marzo 2011

Il mondo come lo vede Einstein: pacifismo e disarmo

È ufficialmente iniziata la guerra contro la Libia. E l'Italia ci è dentro. Stavolta più per motivi di stabilità internazionale, che non per manifesto spirito di solidarietà verso le popolazioni coinvolte. Precedenti baciamano ai grandi dittatori farebbero infatti pensare il contrario. Ma tant'è. Ormai ci siamo fottutamente dentro, fino al collo.
Non bastasse la tragedia nipponica e le rivolte nordafricane ad imporci una seria riflessione su profonde questioni come l'energia e la democratizzazione dei popoli, forse è arrivato il momento anche di far rientrare nel dibattito pubblico la questione guerra.

A tal proposito, solo pochi giorni fa ho finito di leggere "Il mondo come lo vedo io" di Albert Einstein, comprato con la splendida collana I classici del pensiero libero del Corriere. E dopo la lettura mi sono venute in mente alcune riflessioni proprio su questa questione, che sembra immensamente più grande di noi ma che, come Einstein stesso ci confida nei suoi scritti, potrebbe benissimamente essere risolta una volta per tutte. Ma si sa, l'uomo -nella sua accezione universale di categoria vivente- non è mai pago della barbarie che provoca. E finché ci saranno uomini disposti ad imbracciare le armi per qualsiasi motivo, la guerra sarà sempre al di là dell'uscio della porta ad attenderci, col suo carico di dolore e distruzione.
Ma torniamo ad Einstein. Oltre ad esser stato uno dei più grandi scienziati del XX secolo, è stato anche uno dei più grandi sostenitori attivi del pacifismo internazionale e della necessità del disarmo come prospettiva e garanzia di pace tra i popoli. Ma è stato anche una delle figure più controverse del dibattito culturale e scientifico mondiale. Ad esempio il suo pacifismo radicale si scontra con il suo contributo scientifico alla creazione dell'arma atomica. Anche in questo libro possiamo trovarne alcune esempi. Lo spirito conservatore dello scienziato tedesco si scontra spesso con quei principi generali fondati sul progresso che non si sposano, di per sè, con la nozione stessa di conservatorismo.

Il mondo come lo vedo io -la cui prima edizione dovrebbe essere del 1956, stando ai dati del volume del Corriere- è diviso in quattro parti, i cui scritti sono apparentemente slegati ma che in realtà seguono un filo logico rigoroso. Riprendendo dall'introduzione di Giulio Giorello: «la parte I, che porta lo stesso titolo dell'intero volume, raccoglie alcuni scritti che illustrano la visione del mondo (Weltbild) dello scienziato; la parte II ("Politica e Pacifismo") articola il tema spinoziano dell'umana cooperazione che si libera dall'aggressività per combattere ignoranza e sofferenza; la parte III ("Germania 1933") prende atto della catastrofe tedesca innescata dall'ascesa del potere di Hitler e contiene anche la testimonianza epistolare della rottura di Einstein con l'Accademia delle Scienze prussiana e con quella bavarese, prone ormai al dispotismo nazista; la parte IV ("Gli ebrei") delinea le convinzioni di Einstein a proposito di ebraismo e sionismo e presenta, tra l'altro un importante testo sulla possibile - anzi necessaria- coesistenza tra arabi ed ebrei di Palestina.»
Lungi dal volere essere una recensione o un resoconto dettagliato dell'intero volume (se siete interessati all'argomento del libro, COMPRATEVELO), mi limito a riportare quelle parti che più delle altre mi hanno colpito.

SULLA RICCHEZZA (Parte I, Il mondo come io lo vedo, pag. 30)
«Sono assolutamente convinto che nessuna ricchezza al mondo possa far avanzare l'umanità, neppure se è nelle mani dei più fedeli lavoratori per questa causa. L'esempio di personaggi grandi e puri è l'unica cosa capace di produrre idee illustri e azioni nobili. Il denaro richiama solo l'egoismo e induce sempre, irresistibilmente, chi lo possiede ad abusarne. Qualcuno riesce ad immaginarsi Mosè, Gesù o Ghandi armati di borse di studio?» Il ragionamento non fa una grinza. E che credo che sia talmente chiaro che ogni ulteriore commento risulterebbe superfluo.

L'ultimo scritto della Parte I si intitola RISPOSTA ALLE DONNE D'AMERICA (pag. 50). Rappresenta il commento di un Einstein spiritoso e divertito, sulle femministe che l'avevano contestato durante una sua visita in America. «Mai fino ad ora avevo sperimentato da parte del gentil sesso un rifiuto tanto energico di tutti i tentativi di approccio; o, se mai mi è accaduto, mai da così tante tutte insieme. Ma non hanno in fondo ragione queste cittadine? Perché si dovrebbe aprire la porta a una persona che divora il capitalismo ben cotto con lo stesso appetito e gusto del minotauro cretese che nei tempi andati divorava dolci ragazze greche, e in soprammercato è abbastanza franco da rifiutare ogni sorta di guerra, tranne quella inevitabile con la propria moglie? Perciò date retta al vostro abile e patriottico popolo femminile e ricordate che il Campidoglio della potente Roma è stato una volta salvato dallo starnazzare delle sue fidate oche

La Parte II, Politica e Pacifismo, è quella che più mi ha colpito. Come recita il titolo stesso, riguarda la necessità di concretizzare l'idea stessa del pacifismo, facendola passare dall'essere un vago concetto presente nelle nostre menti, ad una vera e propria politica e abitudine quotidiana. Il pacifismo è una necessità per i popoli e per la gente. Senza di esso il mondo non potrà andare avanti. Solo la collaborazione tra gente e popoli diversi, attuata su un scambio reciproco di politiche e culture, potrà far progredire gli esseri umani. Continuare a mantenere un sistema politico internazionale, basato sul "chi ce l'ha più grosso" (l'armamentario bellico) è una scelta suicida, che prima o poi pagheremo anche noi popoli del mondo occidentale cosiddetto sviluppato, così come fanno quotidianamente le popolazioni dei paesi più instabili, che vivono quotidianamente l'incubo della guerra e degli scontri armati -pensiamo ad esempio all'Africa, al Medio Oriente e ai Balcani-.

Ne il PROBLEMA PACIFISTA (pag. 52) Einstein rivendica il «sistema violento dell'obiezione di coscienza» per rilanciare la questione della pace, «in maniera da attirare nature potenti». Solo sottraendosi alla coercizione del sistema militare, in maniera convinta e anche brusca, potremo far perdere un po' di potere agli eserciti. Ma questo da solo non basterebbe. Si dovrebbe pensare seriamente all'ipotesi del disarmo (cosa che sostengo anche io da quando avevo 14 anni e su cui non ho mai cambiato opinione). Con l'abbandono dell'arsenale militare in possesso delle nazioni si potrà pensare di evitare davvero la guerra. Ma in caso -utopico ad esser sinceri- di disarmo, come si risolverebbero le controversie internazionali e non che si presenterebbero? Ce lo dice lo stesso Einstein nel DISCORSO ALL'INCONTRO STUDENTESCO SUL DISARMO (pag. 53). «La gente cerca di minimizzare il pericolo limitando gli armamenti e promulgando leggi restrittive per la conduzione della guerra. Ma la guerra non è un gioco di famiglia in cui i giocatori sono ligi alle regole. Dove sono in ballo la vita e la morte, obblighi e regole vengono meno. Solo il rifiuto di tutte le guerre può essere d'aiuto in questo caso. La creazione di una corte internazionale di arbitrato non basta. Vi devono essere dei trattati che garantiscano che le decisioni prese da questa corte siano rese effettive da tutte le nazioni armonicamente. Senza questa garanzia le nazioni non avranno mai il coraggio di procedere seriamente al disarmo. Immaginate, per esempio, che i governi americano, inglese, tedesco e francese insistano che il governo giapponese interrompa immediatamente le esercitazioni belliche in Cina, pena un boicottaggio economico. Pensate che ci sarebbe un governo giapponese disposto a prendersi la responsabilità di gettare il paese in un'avventura talmente perigliosa?»

Un altro mezzo per avvicinarsi al pacifismo era per Einstein l'abbandono del SERVIZIO MILITARE OBBLIGATORIO (pag. 56). Scelta giusta. È stato fatto recentente in Italia, con il meccanismo del servizio militare su base volontaria. Ma i risultati non sono stati certo quelli auspicati dallo scienziato tedesco. Si è assistito invece ad una grande partecipazione su base volontaria della gente al servizio armato. Ma non certo per motivi patriottici o altro. La verità è che adesso il servizio militare in Italia è visto come un lavoro, in epoca di crisi e di disoccupazione dilagante. Un lavoro capace di dare sicurezza e stabilità economica nei casi migliori (dopo aver vinto un concorso). Un lavoro che aumenta anche la capacità remunerativa col sistema delle missioni, le tresferte nelle zone calde del mondo, dove ci sia bisogno di un intervento armato. Tutto questo però si fonda su di un sistema subdolo, messo in atto dal governo Berlusconi (è stata la sua cricca a liberalizzare il servizio militare). La legge italiana prevedeva il diritto all'obiezione di coscienza davanti al rifuto del servizio militare obbligatorio. Liberalizzando quest'ultimo si è liberalizzata anche l'obiezione, trasformandolo in servizio civile. Chiunque può scegliere se fare volontariamente il servizio militare o quello civile. Ma allora perché molti scelgono il servizio militare invece che quello civile? Tutti guerrafondai? No. Semplicemente -e qui è il meccanismo subdolo del governo- non c'è equiparazione tra il salario dei militari volontari e quello dei volontari civili. Per quest'ultimi è previsto solo un rimborso spese (quantificato in poco più di 400 euro al mese), mentre per i militari si arriva a 1000 e più euro al mese, a secondo della categoria e con possibilità di stabilizzazione dopo (tramite i concorsi). Quindi ecco l'inghippo. Lo Stato ti dice "tu sei libero di fare la guerra o di servirmi in altro modo". Ma in realtà costringe la gente ad optare per il servizio militare, data la remunerazione complessivamente più elevata. Tutto questo non può accadere in uno Stato che si consideri civile e che nella sua Costituzione ripudia la guerra. Equiparate i salari dei volontari del servizio civile a quello dei militari! Col cazzo che la gente va a fare più il militare!

Ma torniamo ad Einstein. Ne IL PROBLEMA DEL DISARMO (pag. 63) afferma che «la maggior parte degli obiettivi si raggiungono per gradi: per esempio il superamento della democrazia sulla monarchia. Stavolta comunque abbiamo a che fare con un obiettivo che non si può raggiungere un passo alla volta. Fintanto che sussiste la possibilità della guerra, le nazioni insisteranno nell'essere preparate militarmente al meglio delle loro capacità, al fine di ergersi a trionfatrici nella prossima guerra. [...] Armarsi significa far sentire la propria voce e prepararsi non per la pace, ma per la guerra. Per questo la gente non intraprenderà il disarmo poco per volta; si disarmerà di colpo o non lo farà affatto. [...] Non si può negare che i precedenti tentativi di assicurare la pace siano falliti perché miravano a compromessi inadeguati. Il disarmo e la sicurezza si possono ottenere solo se combinati. L'unica garanzia di sicurezza è un impegno di tutte le nazioni a mettere in atto le decisioni dell'autorità internazionale. Ci troviamo dunque di fronte ad un bivio. Se riusciamo o meno a trovare la via della pace o proseguiamo sulla vecchia strada della forza bruta, tanto indegna della nostra civiltà, dipende solo da noi stessi. Da una parte ci invitano la libertà dell'individuo e la sicurezza della società, dall'altra ci minacciano la schiavitù dell'individuo e l'annullamento della nostra civiltà. Ci toccherà il destino che ci meriteremo.» Mi sa tanto che, visto come sono andate le cose, non ci meritiamo davvero granché.

Nella Parte IV, Gli Ebrei, Einstein parla con entusiasmo del nascente (all'epoca) stato ebraico. Ma lo fa ingenuamente perché quello stato è nato attraverso meccanismi politici inadeguati e invece che risolvere l'eterno problema della diaspora ebraica, lo ha aggravato provocando il conflitto con i palestinesi. Tuttavia non si può che sottolineare il fatto che Einstein insistesse affinché lo stato ebraico si sforzasse nella convivenza e la cooperazione con il popolo arabo. Sappiamo purtroppo che così non è andata. Ma non possiamo certo rimproverare lo scienziato per averci provato.
L'ultimo scritto del libro, CRISTIANESIMO E GIUDAISMO (pag. 116), così recita: «Se si purga il giudaismo dei profeti e il cristianesimo come lo ha insegnato Gesù Cristo da tutte le aggiunte succesive, in particolare quelle dei preti, ci si ritroverà con un insegnamento capace di curare tutti i mali sociali dell'umanità. È dovere di ogni uomo di buona volontà cercare tenacemente, nel suo piccolo mondo, di rendere questo insegnamento di pura umanità una forza vivente, fin dove gli è possibile. Se fa un onesto tentativo in questa direzione, senza venir calpestato e schiacciato sotto i piedi dei suoi contemporanei, può considerare sé, e la comunità a cui appartiene, felice.»

Disarmo e pacifismo sono quindi le condizioni per cui l'uomo dovrebbe seriamente impegnarsi, per miglirorare le condizioni di vita sue e dei suoi simili. E in un momento come quello che stiamo vivendo è un impegno che si fa ancora più pressante e necessario.

Amarcord: FRIZZER e il sordido Berlusconi

Sul primo numero di Frizzer -"unica certificata rivista maivista"-, datato marzo 1985, a pagina 14 possiamo ammirare questa vignetta satirica (senza firma):


Una premonizione in anticipo coi tempi? Molti adesso si scandalizzano, come se fino ad ora fossero sempre stati ciechi. Forse invece il personaggio è sempre stato soltanto quello: il sordido Berlusconi.

giovedì 17 marzo 2011

Le favolette sull'energia nucleare - parte 2. Le opinioni e le liste degli incidenti nucleari

Dopo le infauste dichiarazioni dei giorni scorsi, oggi il Governo italiano fa dietrofront sul programma energetico e comincia a mettere in dubbio la scelta del nucleare. Non fosse altro che per motivi di popolarità e di propaganda, sulla scia anche della ripresa del dibattito pubblico causato dalle vicende nipponiche ancora in corso, i berluspeones non si possono permettere un passo falso su questo tema. Soprattutto perché il 12 giugno andremo a votare il referendum in cui il quesito sul nucleare sarà affiancato da quelli sull'acqua pubblica e sul legittimo impedimento.

È ovviamente una scelta opportunistica da parte di chi ha la faccia come il culo e si dimostra sempre più avulso dalle questioni della vita reale del sistema-paese. Prestigiacomo e compagnia bella hanno difeso a spada tratta il piano energetico nucleare anche di fronte all'apocalittica evidenza dell'incidente di Fukushima. Anche davanti al clamoroso passo indietro fatto delle potenze mondiali, hanno invitato a "non lasciarsi prendere dall'emotività" e a restare calmi. Perché le centrali nucleari che faranno costruire i berluschini saranno le migliori, fighissime, sicurissime, il non plus ultra della tecnologia mondiale, rispetto a quelle carrette di vecchia generazione rappresentate dalle centrali giapponesi. All'indomani dell'incidente lo aveva affermato anche il barbuto individuo che corrisponde al nome di Oscar Giannino, su un editoriale apparso sul Messaggero. Io l'ho letto sul cartaceo, ma nel sito del quotidiano non pare esservene traccia. "Nucleare sicuro, è la prova del nove" titolava questo infimo esercizio di leccaculaggine nuclear-profit. Pronta è stata la risposta del soldato Travaglio che non poteva restarsene certo in disparte di fronte a tanto sfoggio di correttezza e competenza giornalisitica. Leggete qui e godete nella risata, così come ho fatto io.

Intanto, scandagliando la rete alla ricerca di notizie, mi sono imbattutto in una serie di opinioni sul dibattito nucleare che mi sembrano interessanti. Giusto per farsi un'idea.
Queste tre pagine sono state pubblicate in piena epoca tranquillità, cioè prima che il terremoto giapponese ci portasse tutti a pensare "sull'onda dell'emotività".
"Centrali nucleari in Italia: realtà o follia"  sono delle FAQ postate il 25 maggio 2008 da Federico Pistono, regista, blogger e informatico (così si definisce). È un attivista del Movimento Zeitgeist Italia, che personalmente non condivido per tutta una serie di motivi. Però le osservazioni sul nucleare proposte mi sembrano interessanti e degne di attenzione.
"Quattro centrali nucleari in Italia, ma sono francesi..." è invece un post di Jacopo Fo, datato 24 febbraio 2009. È un lungo e dettagliato articolo sulle stranezze che circondano la costruzione delle centrali previste in Italia. Per chi abbia la pazienza di leggerlo.
"Perché l'Italia non può avere centrali nucleari"  è datato 28 ottobre 2010. Il titolo è già di per sè eloquente. Le considerazioni sono di Mario Tozzi.

Passando invece alla contemporaneità ecco alcune considerazioni, fatte da personalità competenti, legate alle vicende nipponiche.
La prima è l'intervista a Carlo Rubbia dal Tg3, di cui parlavo nel post di ieri. Eccola qui.


La seconda è l'intervento in diretta di Mario Tozzi ai microfoni di RaiNews24.


La terza è un'intervista, sempre a Tozzi, apparsa su il Fatto Quotidiano. E la trovate a quest'indirizzo.

A chi dice poi che il nucleare è sicuro e che gli incidenti statisticamente sono minimi, Wikipedia ci viene in aiuto. Ci sono alcune pagine che elencano minuziosamente gli incidenti che dagli anni '50 ad oggi si sono verificati intorno a questa forma di energia. Sia nell'attività di ricerca che in quella di produzione.

Questa è la lista degli accidents civili. Per essere considerati tali questi casi devono avere effetti considerevoli sull'ambiente e sulla salute umana, coinvolgere qualsiasi materiale radioattivo (oltre alle centrali nucleari e al materiale fissile in esse usate) e devono nascere in situazioni da cui siano escluse le forze militari.
Questa è invece la lista degli incidents civili. Si distinguono da quelli della categoria precedente solo per gli effetti più "limitati" sulla salute e l'ambiente.
Questa è invece la lista degli incidents da radiazioni. Vengono documentati soprattutto gli effetti radioattivi derivanti dalla ricerca condotta su tali materiali.
Questa infine è la lista degli incidents militari. Sono episodi che hanno avuto effetti devastanti per la salute e per l'uomo, ma che hanno la loro origine nelle sperimentazioni di tipo militare.

Questa è la sicurezza nucleare che ci spacciano le autorità.

Per rimanere in tema di disinformazione, ricordo di aver letto tempo fa un dossier su Frigidaire, riguardo ad una sperimentazione atomica condotta in Italia, forse negli anni '50 o '60. Con tanto di libretto della Protezione Civile italiana su come comportarsi in caso di fallout. Ma su internet non vi è traccia di questo argomento. Appena riesco a ritrovare quel numero della rivista, posterò un po' di informazioni.

mercoledì 16 marzo 2011

Le favolette sull'energia nucleare, l'informazione dell'uomo qualunque e la disinformazione dei premi Nobel

Nucleare: ecco perché l'Italia non può fermarsi. Titola così una lettera aperta pubblicata stamane sul portale Libero, più precisamente all'interno del magazine on-line Affari Italiani. È uno di quei tipici interventi che dovrebbero mostrarsi scientifici e aprire gli occhi davanti alla tantissima disinformazione antinuclare presente in rete. Queste almeno sono le intenzioni di chi lo ha pubblicato: «Ho deciso di scrivere questo articolo conscio di espormi al pubblico ludibrio per fare chiarezza sul mare di imprecisioni e castronerie scientifiche che ho letto negli ultimi giorni sulla questione nucleare». Così recita il lead del pezzo.
Certo, un premio nobel per la fisica dice solo "castronerie" sul nucleare. Ma procediamo con ordine.

Primo punto. «Nelle vecchie centrali (quelle giapponesi per intenderci), una volta innescata la reazione nucleare nel materiale fissile, tutto ciò che l'uomo può fare è di cercare di "tenerla a bada", soffocando la reazione con diversi stratagemmi. [...] Le centrali di terza o meglio ancora di quarta generazione sono diverse a partire dal principio di funzionamento. Il core è progettato con la tendenza allo spegnimento. Per tenerlo acceso è necessario il continuo intervento umano.» Prima obiezione. Le centrali nucleari giapponesi sono di vecchia generazione? Il Giappone in quanto a ricerca ed investimenti tecnologici è ai primi posti al mondo. Se non sono state costruite lì le centrali di nuova generazione, come ce lo possiamo aspettare in Italia, uno dei pochi paesi sviluppati al mondo dove la ricerca non è finanziata, non si investe nelle innovazioni e c'è la forte presenza della criminalità organizzata nel tessuto produttivo? Ah già dimenticavo. Ce lo ha assicurato la nostra ministra per l'ambiente. Ha detto che le centrali in Italia saranno più avanzate e più sicure di quelle giapponesi. Prima di difendere a spada tratta queste nuove centrali di ventordicesima generazione, magari si dovrebbe fare un po' di analisi sui costi e soprattuto sulla loro fattibilità in Italia. Che non sembra dare adito a spiragli ottimistici.

Secondo Punto. «Un' altra informazione che sfugge ai più è la natura "pulita" delle centrali di quarta generazione. Significa che queste nuove centrali bruciano anche più del 90% del carburante fissile. [...] Il 10% di scorie prodotte sono diverse. Le scorie delle vecchie centrali, impiegano circa 10.000 anni a perdere radioattività. Le scorie delle nuove centrali impegano solo 200 anni a diventare innocue.» Ah beh, certo. Allora se queste nuove scorie impiegano solo 200 anni a diventare innocue il discorso sì che è diverso. Che siano 1000, 200 o 10 anni, stiamo parlando sempre di scorie nucleari, ALTAMENTE DANNOSE per l'ambiente e per l'uomo. Dire che ci impiegheranno di meno a diventare innocue non ha senso. È come dire ad un fumatore che hanno inventato un tipo di tabacco che invece di far venire il tumore ai polmoni dopo 40 anni di vita, glielo farà venire dopo 50. E lo si spingerà a comprare questo prodotto che ALLEVIA gli effetti mortali. Sarebbe più semplice farlo smettere di fumare, no? Stesso discorso vale per le centrali. Invece di fare delle centrali meno pericolose, non le si fa. Semplice.

L'articolo prosegue poi con una parte più tecnica in cui si fanno delle stime delle diverse forme di energia in base a fattori come fattibilità geografica, politica e ecosostenibilità, che vi rimandiamo a leggere.
Quarto punto. «Se dovessimo costruire installazioni che utilizzino tutte queste forme di energia alternativa, non saremmo comunque in grado di sostenere il fabbisogno energetico nazionale. Ricordatevelo però quando andate a votare!». Ci si riferisce in questo caso alle energie rinnovabili. Probabilmente, PROBABILMENTE, allo stato attuale delle cose può anche essere vero. Ma mettiamo il caso che sia verità assoluta. Investendo sulle rinnovabili e facendo ricerca arriveremo ben presto ad una situazione diversa. Saranno sviluppati dei sistemi capaci di produrre ed immagazzinare energia rinnovabile spendendo meno e sostenendo anche di più del fabbisogno nazionale. L'esempio della Puglia è il migliore. La Puglia esporta l'82% della sua produzione energetica. E le rinnovabili (il fotovoltaico in particolare) sono le prime forme di produzione di energia. La questione non è se le rinnovabili soddisfino il fabbisogno energetico. La questione è investire nelle rinnovabili in modo che in futuro lo possano soddisfare. D'altronde è lo stesso meccanismo per cui l'autore dell'articolo parla delle centrali di quarta e quinta generazione. Hanno pagato per fare ricerca sul nucleare. Che qualcuno cominci a sborsare soldi seriamente anche per le rinnovabili.

In conclusione dell'articolo c'è poi questa frase alquanto misteriosa, a mio avviso: «l'incidente della centrale di Fukushima non rappresenta una sconfitta del nucleare ma una sua vittoria. Il fatto è che la gente tende a decontestualizzare l'episodio dimenticandosi che è avvenuto su un isola che ospita un totale di 55 centrali nucleari di prima generazione (vecchie 40 anni) colpita da un terremoto colossale e devastata da uno Tsunami di proporzioni bibliche.» In pratica dovrebbe essere l'eccezione che conferma la regola. Solo una centrale sta rischiando di provocare un olocausto nucleare. Poteva andare peggio perché potevano scoppiarne 30. Questa sì che si chiama sicurezza! Adesso sì che mi sono convinto che le centrali nucleari sono sicure! Si fa un mero calcolo statistico, dimenticando invece che i danni che provocherà quella centrale, quella unica centrale su 55 presenti, avrà effetti devastanti sul territorio, sull'uomo e sull'ambiente.

Su un unico punto sono totalmente d'accordo: «eppure basterebbe porre un minimo di attenzione per ridurre i nostri consumi anche del 40% senza dover cambiare drammaticamente il nostro stile di vita.» Verissimo. Se tutti stessimo più attenti a fare un uso più saggio dell'energia non avremmo bisogno di tutto questo. E in quel caso basterebbe davvero poco per mantenere il nostro stile di vita senza vampirizzare le risorse naturali della Terra.

Una cosa rimane da chiarire però. L'autore della lettera è un certo Roberto Preatoni, presentato in qualità di  "commentatore tecnologico". Quindi in qualità di cosa parla? È un tecnico nucleare? Un rappresentante di qualche compagnia energetica? Cercando un po' in rete ho trovato questo. Se non è un caso di omonimia è l'unico che può essere accostato alla qualità di commentatore tecnologico. Solo che tal Preatoni, a quanto pare, è un esperto di sicurezza informatica. Quindi non capisco perché debba darci la sua illustre opinione a riguardo, spacciandola per oggettività, se col campo scientifico in questione non ha niente a che fare. Il redattore di Affari Italiani sarebbe dovuto essere più chiaro. Ci stai fornendo un'opinione? Almeno spiegaci chi è che ci sta parlando, così che noi possiamo poi verificarne l'attendibilità. Ma magari mi aspetto troppo dalla deontologia di questo magazine. Anzi sicuramente mi aspetto troppo, data la qualità di determinati articoli complottistici. Più attendibile mi pare invece il parere di Carlo Rubbia, Premio Nobel per la fisica nel 1984. Ho ascoltato il suo intervento nell'edizione delle 19 del Tg3 di oggi. Ma non l'ho ancora trovata in rete. Il suo pensiero però è così riassumibile: il nucleare è una forma di energia sbagliata se paragonata alle fonti rinnovabili. Ho invece trovato quest'altro video, un po' più vecchiotto. Ma è esplicativo lo stesso sul perché il nucleare in Italia non è da prendere in considerazione.

 

Davanti a tutto questo, le risposte della ministra per l'ambiente nell'interrogazione parlamentare di oggi sono state le solite. Anzi con due novità. Il governo costruirà le centrali nucleari solo nelle regioni che si dichiareranno a favore. In pratica solo in Campania e Calabria (chissà se le parole camorra e ndrangheta dicono niente in questo contesto), visto che tutti gli altri governatori regionali, anche di destra, si sono dichiarati fermamente contrari. E poi la Prestigiacomo ha aggiunto anche che le priorità del governo sono la salute e la sicurezza. Ma guarda un po'. Proprio i due motivi per cui sono sconsigliate le centrali nucleari rispetto alle altre forme di energia. Quindi mi pongo una domanda: ma sono stupidi loro oppure considerano i cittadini italiani dei benemeriti coglioni? Ai posteri che sopravviveranno l'ardua sentenza.

martedì 15 marzo 2011

Fukushima in rosso

Da qualche giorno a questa parte, il terremoto avvenuto in Giappone e la vicenda della centrale nucleare di Fukushima, a vero e proprio rischio collasso, stanno tenendo col fiato sospeso milioni di persone. Giapponesi e non.
Il rischio è serissimo. Si teme da un momento all'altro la fusione del nocciolo e le ultime notizie in merito fanno solo presagire il peggio. Lo scenario che si sta presentando è davvero catastrofico, degno dei migliori b-movie americani sci-fi degli anni '50. Un fallout (non il videogioco) potrebbe avvenire da un momento all'altro. Di certo c'è che gli sforzi dei tecnici nucleari che si stanno adoperando per contenere la crisi sono davvero encomiabili. Ma purtroppo non sembrano sortire gli effetti sperati. Non possiamo che attendere e sperare che tutto vada per il meglio.

Ma la vicenda di Fukushima penso che debba servire per alcuni spunti di riflessione.
Primo spunto: i governi Berlusconi ci rompono i coglioni spesso e volentieri sulla "necessità di non dipendere dai paesi stranieri per il fabbisogno energetico" e sulla "sciagurata scelta del rifiuto al nucleare" nei referendum proposti nell'87. Si vende fumo alla gente dicendo che il nucleare è una necessità per l'Italia, che è energia pulita, a basso costo, ecc. ecc. Vero e proprio campionario di becera propaganda, in barba a gran parte della comunità scientifica che considera il nucleare una forma di energia superata e inutile, di fronte alle rinnovabili. Ovviamente quella parte che non è al soldo delle grandi compagnie energetiche. Infatti il nucleare porta con sè enormi problemi. A partire dallo smaltimento delle scorie, passando alla scarsità estrema della materia prima (diverso sarebbe il discorso per le centrali al torio) per arrivare alla questione sicurezza. E proprio su questo punto vorremmo soffermarci un attimo. Di fronte agli avvenimenti, all'evidenza degli ultimi giorni dove quello che viene considerato il paese più sicuro al mondo e il più avanzato tecnologicamente, il Giappone ha dichiarato, implicitamente, il fallimento del nucleare come forma di approvvigionamento energetico. Tanto che le maggiori nazioni produttrici di energia nucleare stanno facendo dietrofront. E stanno bloccando le loro centrali. Ma ovviamente parliamo di nazioni civili. E in Italia? I politicanti di turno dovrebbero fare mea culpa e dire alla gente "ok, abbiamo sbagliato. Il nucleare non è sicuro." E invece cosa si fa? Si mette un dito in culo agli italiani e gli si dice di comprarsi ancora la loro merda. Ecco allora che la ministra per l'ambiente Prestigiacomo dice che non dobbiamo farci prendere dall'emotività di fronte al disastro nipponico e che non dobbiamo ripetere gli errori del referendum dell'87. Ma come, non era il Giappone il termine di paragone sulla sicurezza nucleare? Non si è sempre parlato del Giappone come dimostrazione della stupidità di chi si opponeva al nucleare, portando l'esempio concreto e virtuoso, senza rischi, di questo tipo di centrali? Ora che il termine di paragone assoluto è venuto meno, travolto di fronte all'incontenibile forza della natura (che ci piaccia o no dobbiamo disfarci del punto di vista antropocentrico e cominciare a fare i conti con questa forza infinitesimamente superiore a noi) che cosa fanno i politicanti? Dicono che siamo noi gli stronzi che non vogliamo il nucleare perché troppo rischioso. E di conseguenza danno degli stronzi anche a tutte quelle nazioni che stanno rivedendo i loro piani energetici. Davvero un bell'esempio di obiettività, non c'è che dire.

Secondo spunto: mi chiedo perché il Giappone, unico paese al mondo ad aver vissuto sulla propria pelle l'incubo di una bomba atomica, la distruzione totale di due città e per lungo tempo i danni della radioattività, si sia impantanato nel mantenimento delle centrali nucleari. L'incubo della bomba atomica è stato vivo nell'immaginario collettivo per lungo tempo. Gli anime e i manga ne sono stati pieni più o meno fino alla metà degli anni '80. Il cinema e la letteratura ne hanno sviscerato moltissimi aspetti. Ricordo Gen di Hiroshima di Keiji Nakazawa, mangaka realmente sopravvissuto all'atomica di Hiroshima che ha voluto raccontare al mondo, tramite il linguaggio fumettistico, l'orrore atomico. Un vero e proprio pugno nello stomaco. Lo stesso dicasi per Rapsodia in agosto di Kurosawa. E mi fermo con gli esempi altrimenti potrei andare avanti per ore. Allora, dicevo, perché il Giappone è andato avanti con la follia delle centrali nucleari? Non hanno davvero imparato niente da quel che a loro stessi è successo? Oppure è una questione ormai sepolta, dato che i sopravvissuti, penso, siano ormai scomparsi per motivi anagrafici? Ma il disastro di Chernobyl dell'86 avrebbe dovuto riesumare un dibattito pubblico che mirasse almeno al contenimento dei rischi di questa forma energetica. E per contenimento dei rischi non mi riferisco alla gestione della sicurezza, ma al fatto di NON costruire centrali nucleari. Oltretutto i giapponesi sono ben consapevoli dell'instabilità geologica del loro territorio. Penso che costruiscano anche i vibratori e i cazzi di gomma rispettando le più avanzate norme anti-sismiche. E allora perché le centrali nucleari? Credo che la risposta sia la più banale possibile. E proprio per la sua banalità fa ancora più male. Semplicemente perché le centrali nucleari hanno intrinsecamente una serie di interessi economici. Conviene costruirle a determinati gruppi industriali e tecnologici. Pochi ma potentissimi. Le lobby quindi si fanno sentire. Eccome se si fanno sentire. Lo possiamo toccare con mano in Italia, dove si sta puntando sul nucleare proprio per favorire gli interessi economici di una ristretta schiera di affaristi monopolisti. Figuriamoci in Giappone, il paese tecnologicamente più avanzato del mondo. E di conseguenza il paese dove sono presenti le lobby tecnologicamente più potenti. E con più peso nell'economia reale. Ecco spiegato il motivo quindi. E fa male ammetterlo. Le centrali nucleari arricchiscono alcuni, mentre mettono a repentaglio la sicurezza di milioni di persone. Ma chi se ne fotte delle persone. L'importante è guadagnare. Quindi denaro-persone, 1-0. Palla al centro.

Per concludere. Appena ho saputo dell'incidente di Fukushima il mio cervello ha subito associato la vicenda a Fujiama in rosso, episodio di Sogni di Kurosawa. Un film-capolavoro, la summa del pensiero kurosawiano sulla vita, che ha letteralmente destabilizzato il mio modo di vedere le cose.


Il contesto è certamente diverso. Lì è l'eruzione del vulcano Fujiama a provocare il disastro nucleare, mentre qui sappiamo che la "colpa" (se così possiamo dire) è stata del terremoto. Ma cambiando l'ordine degli addendi il risultato non cambia. Esplosione della centrale nucleare significa innalzamento del livello di radiazioni. E quest'ultimo significa morte. Per le persone, gli animali, le piante e l'ambiente.
Tralasciando il fatto che lo Stronzio, uno degli elementi chimici presenti nel fallout, a me ha sempre fatto ridere (solo adesso ho scoperto che deve il suo nome non alla presunta stronzaggine del suo scopritore, ma alla città di Strontian), trovo quest'episodio del film strettamente connesso alla situazione attuale. La chiave sta tutta nella spiegazione di quel che poi scopriremo essere uno dei costruttori e giustificatori di quella centrale nucleare, chi cioè a messo a repentaglio l'incolumità delle persone, aggravando ancor di più il già consistente distastro naturale. Migliaia di persone moriranno per l'esplosione del Fujiama, ma i danni che provocherà l'esplosione della centrale saranno esponenzialmente maggiori.
«La parte rossa è il plutonio 239. Di quello basta pochissimo. Un decimilionesimo di grammo ed è cancro. Quella gialla è stronzio 90. Quando ti arriva addosso ti entra dentro le osse ed è leucemia. La parte viola è cesio 137. Si accumula nelle gonadi e muta i geni allelomorfici. In breve, le creature che nasceranno saranno tutte mostruose. È incredible l'imbecillità umana. Tra i rischi della radioattività c'è che è invisibile, così abbiamo sviluppato una tecnologia che rende visibile il rischio. E ora abbiamo il vantaggio di sapere cosa ci ha ucciso. Bel vantaggio. La morte si annuncia con la sua carta da visita.»
E di fronte al fatto che è meglio morire subito che consumati nell'agonia degli effetti della radioattività, la risposta disperata della donna col bambino in braccio: «Avevano detto che le centrali erano sicure. Che il rischio era solo nell'errore umano. Non ci sono pericoli nella centrale in sè. Se non si sbaglia non c'è problema. Io non perdono chi ci ha detto queste cose. Non li perdono! Io prima di morire vorrei vederli impiccati. Impiccati vorrei vederli!»
E qui mi fermo perché credo non ci sia altro da aggiungere.