sabato 19 marzo 2011

Il mondo come lo vede Einstein: pacifismo e disarmo

È ufficialmente iniziata la guerra contro la Libia. E l'Italia ci è dentro. Stavolta più per motivi di stabilità internazionale, che non per manifesto spirito di solidarietà verso le popolazioni coinvolte. Precedenti baciamano ai grandi dittatori farebbero infatti pensare il contrario. Ma tant'è. Ormai ci siamo fottutamente dentro, fino al collo.
Non bastasse la tragedia nipponica e le rivolte nordafricane ad imporci una seria riflessione su profonde questioni come l'energia e la democratizzazione dei popoli, forse è arrivato il momento anche di far rientrare nel dibattito pubblico la questione guerra.

A tal proposito, solo pochi giorni fa ho finito di leggere "Il mondo come lo vedo io" di Albert Einstein, comprato con la splendida collana I classici del pensiero libero del Corriere. E dopo la lettura mi sono venute in mente alcune riflessioni proprio su questa questione, che sembra immensamente più grande di noi ma che, come Einstein stesso ci confida nei suoi scritti, potrebbe benissimamente essere risolta una volta per tutte. Ma si sa, l'uomo -nella sua accezione universale di categoria vivente- non è mai pago della barbarie che provoca. E finché ci saranno uomini disposti ad imbracciare le armi per qualsiasi motivo, la guerra sarà sempre al di là dell'uscio della porta ad attenderci, col suo carico di dolore e distruzione.
Ma torniamo ad Einstein. Oltre ad esser stato uno dei più grandi scienziati del XX secolo, è stato anche uno dei più grandi sostenitori attivi del pacifismo internazionale e della necessità del disarmo come prospettiva e garanzia di pace tra i popoli. Ma è stato anche una delle figure più controverse del dibattito culturale e scientifico mondiale. Ad esempio il suo pacifismo radicale si scontra con il suo contributo scientifico alla creazione dell'arma atomica. Anche in questo libro possiamo trovarne alcune esempi. Lo spirito conservatore dello scienziato tedesco si scontra spesso con quei principi generali fondati sul progresso che non si sposano, di per sè, con la nozione stessa di conservatorismo.

Il mondo come lo vedo io -la cui prima edizione dovrebbe essere del 1956, stando ai dati del volume del Corriere- è diviso in quattro parti, i cui scritti sono apparentemente slegati ma che in realtà seguono un filo logico rigoroso. Riprendendo dall'introduzione di Giulio Giorello: «la parte I, che porta lo stesso titolo dell'intero volume, raccoglie alcuni scritti che illustrano la visione del mondo (Weltbild) dello scienziato; la parte II ("Politica e Pacifismo") articola il tema spinoziano dell'umana cooperazione che si libera dall'aggressività per combattere ignoranza e sofferenza; la parte III ("Germania 1933") prende atto della catastrofe tedesca innescata dall'ascesa del potere di Hitler e contiene anche la testimonianza epistolare della rottura di Einstein con l'Accademia delle Scienze prussiana e con quella bavarese, prone ormai al dispotismo nazista; la parte IV ("Gli ebrei") delinea le convinzioni di Einstein a proposito di ebraismo e sionismo e presenta, tra l'altro un importante testo sulla possibile - anzi necessaria- coesistenza tra arabi ed ebrei di Palestina.»
Lungi dal volere essere una recensione o un resoconto dettagliato dell'intero volume (se siete interessati all'argomento del libro, COMPRATEVELO), mi limito a riportare quelle parti che più delle altre mi hanno colpito.

SULLA RICCHEZZA (Parte I, Il mondo come io lo vedo, pag. 30)
«Sono assolutamente convinto che nessuna ricchezza al mondo possa far avanzare l'umanità, neppure se è nelle mani dei più fedeli lavoratori per questa causa. L'esempio di personaggi grandi e puri è l'unica cosa capace di produrre idee illustri e azioni nobili. Il denaro richiama solo l'egoismo e induce sempre, irresistibilmente, chi lo possiede ad abusarne. Qualcuno riesce ad immaginarsi Mosè, Gesù o Ghandi armati di borse di studio?» Il ragionamento non fa una grinza. E che credo che sia talmente chiaro che ogni ulteriore commento risulterebbe superfluo.

L'ultimo scritto della Parte I si intitola RISPOSTA ALLE DONNE D'AMERICA (pag. 50). Rappresenta il commento di un Einstein spiritoso e divertito, sulle femministe che l'avevano contestato durante una sua visita in America. «Mai fino ad ora avevo sperimentato da parte del gentil sesso un rifiuto tanto energico di tutti i tentativi di approccio; o, se mai mi è accaduto, mai da così tante tutte insieme. Ma non hanno in fondo ragione queste cittadine? Perché si dovrebbe aprire la porta a una persona che divora il capitalismo ben cotto con lo stesso appetito e gusto del minotauro cretese che nei tempi andati divorava dolci ragazze greche, e in soprammercato è abbastanza franco da rifiutare ogni sorta di guerra, tranne quella inevitabile con la propria moglie? Perciò date retta al vostro abile e patriottico popolo femminile e ricordate che il Campidoglio della potente Roma è stato una volta salvato dallo starnazzare delle sue fidate oche

La Parte II, Politica e Pacifismo, è quella che più mi ha colpito. Come recita il titolo stesso, riguarda la necessità di concretizzare l'idea stessa del pacifismo, facendola passare dall'essere un vago concetto presente nelle nostre menti, ad una vera e propria politica e abitudine quotidiana. Il pacifismo è una necessità per i popoli e per la gente. Senza di esso il mondo non potrà andare avanti. Solo la collaborazione tra gente e popoli diversi, attuata su un scambio reciproco di politiche e culture, potrà far progredire gli esseri umani. Continuare a mantenere un sistema politico internazionale, basato sul "chi ce l'ha più grosso" (l'armamentario bellico) è una scelta suicida, che prima o poi pagheremo anche noi popoli del mondo occidentale cosiddetto sviluppato, così come fanno quotidianamente le popolazioni dei paesi più instabili, che vivono quotidianamente l'incubo della guerra e degli scontri armati -pensiamo ad esempio all'Africa, al Medio Oriente e ai Balcani-.

Ne il PROBLEMA PACIFISTA (pag. 52) Einstein rivendica il «sistema violento dell'obiezione di coscienza» per rilanciare la questione della pace, «in maniera da attirare nature potenti». Solo sottraendosi alla coercizione del sistema militare, in maniera convinta e anche brusca, potremo far perdere un po' di potere agli eserciti. Ma questo da solo non basterebbe. Si dovrebbe pensare seriamente all'ipotesi del disarmo (cosa che sostengo anche io da quando avevo 14 anni e su cui non ho mai cambiato opinione). Con l'abbandono dell'arsenale militare in possesso delle nazioni si potrà pensare di evitare davvero la guerra. Ma in caso -utopico ad esser sinceri- di disarmo, come si risolverebbero le controversie internazionali e non che si presenterebbero? Ce lo dice lo stesso Einstein nel DISCORSO ALL'INCONTRO STUDENTESCO SUL DISARMO (pag. 53). «La gente cerca di minimizzare il pericolo limitando gli armamenti e promulgando leggi restrittive per la conduzione della guerra. Ma la guerra non è un gioco di famiglia in cui i giocatori sono ligi alle regole. Dove sono in ballo la vita e la morte, obblighi e regole vengono meno. Solo il rifiuto di tutte le guerre può essere d'aiuto in questo caso. La creazione di una corte internazionale di arbitrato non basta. Vi devono essere dei trattati che garantiscano che le decisioni prese da questa corte siano rese effettive da tutte le nazioni armonicamente. Senza questa garanzia le nazioni non avranno mai il coraggio di procedere seriamente al disarmo. Immaginate, per esempio, che i governi americano, inglese, tedesco e francese insistano che il governo giapponese interrompa immediatamente le esercitazioni belliche in Cina, pena un boicottaggio economico. Pensate che ci sarebbe un governo giapponese disposto a prendersi la responsabilità di gettare il paese in un'avventura talmente perigliosa?»

Un altro mezzo per avvicinarsi al pacifismo era per Einstein l'abbandono del SERVIZIO MILITARE OBBLIGATORIO (pag. 56). Scelta giusta. È stato fatto recentente in Italia, con il meccanismo del servizio militare su base volontaria. Ma i risultati non sono stati certo quelli auspicati dallo scienziato tedesco. Si è assistito invece ad una grande partecipazione su base volontaria della gente al servizio armato. Ma non certo per motivi patriottici o altro. La verità è che adesso il servizio militare in Italia è visto come un lavoro, in epoca di crisi e di disoccupazione dilagante. Un lavoro capace di dare sicurezza e stabilità economica nei casi migliori (dopo aver vinto un concorso). Un lavoro che aumenta anche la capacità remunerativa col sistema delle missioni, le tresferte nelle zone calde del mondo, dove ci sia bisogno di un intervento armato. Tutto questo però si fonda su di un sistema subdolo, messo in atto dal governo Berlusconi (è stata la sua cricca a liberalizzare il servizio militare). La legge italiana prevedeva il diritto all'obiezione di coscienza davanti al rifuto del servizio militare obbligatorio. Liberalizzando quest'ultimo si è liberalizzata anche l'obiezione, trasformandolo in servizio civile. Chiunque può scegliere se fare volontariamente il servizio militare o quello civile. Ma allora perché molti scelgono il servizio militare invece che quello civile? Tutti guerrafondai? No. Semplicemente -e qui è il meccanismo subdolo del governo- non c'è equiparazione tra il salario dei militari volontari e quello dei volontari civili. Per quest'ultimi è previsto solo un rimborso spese (quantificato in poco più di 400 euro al mese), mentre per i militari si arriva a 1000 e più euro al mese, a secondo della categoria e con possibilità di stabilizzazione dopo (tramite i concorsi). Quindi ecco l'inghippo. Lo Stato ti dice "tu sei libero di fare la guerra o di servirmi in altro modo". Ma in realtà costringe la gente ad optare per il servizio militare, data la remunerazione complessivamente più elevata. Tutto questo non può accadere in uno Stato che si consideri civile e che nella sua Costituzione ripudia la guerra. Equiparate i salari dei volontari del servizio civile a quello dei militari! Col cazzo che la gente va a fare più il militare!

Ma torniamo ad Einstein. Ne IL PROBLEMA DEL DISARMO (pag. 63) afferma che «la maggior parte degli obiettivi si raggiungono per gradi: per esempio il superamento della democrazia sulla monarchia. Stavolta comunque abbiamo a che fare con un obiettivo che non si può raggiungere un passo alla volta. Fintanto che sussiste la possibilità della guerra, le nazioni insisteranno nell'essere preparate militarmente al meglio delle loro capacità, al fine di ergersi a trionfatrici nella prossima guerra. [...] Armarsi significa far sentire la propria voce e prepararsi non per la pace, ma per la guerra. Per questo la gente non intraprenderà il disarmo poco per volta; si disarmerà di colpo o non lo farà affatto. [...] Non si può negare che i precedenti tentativi di assicurare la pace siano falliti perché miravano a compromessi inadeguati. Il disarmo e la sicurezza si possono ottenere solo se combinati. L'unica garanzia di sicurezza è un impegno di tutte le nazioni a mettere in atto le decisioni dell'autorità internazionale. Ci troviamo dunque di fronte ad un bivio. Se riusciamo o meno a trovare la via della pace o proseguiamo sulla vecchia strada della forza bruta, tanto indegna della nostra civiltà, dipende solo da noi stessi. Da una parte ci invitano la libertà dell'individuo e la sicurezza della società, dall'altra ci minacciano la schiavitù dell'individuo e l'annullamento della nostra civiltà. Ci toccherà il destino che ci meriteremo.» Mi sa tanto che, visto come sono andate le cose, non ci meritiamo davvero granché.

Nella Parte IV, Gli Ebrei, Einstein parla con entusiasmo del nascente (all'epoca) stato ebraico. Ma lo fa ingenuamente perché quello stato è nato attraverso meccanismi politici inadeguati e invece che risolvere l'eterno problema della diaspora ebraica, lo ha aggravato provocando il conflitto con i palestinesi. Tuttavia non si può che sottolineare il fatto che Einstein insistesse affinché lo stato ebraico si sforzasse nella convivenza e la cooperazione con il popolo arabo. Sappiamo purtroppo che così non è andata. Ma non possiamo certo rimproverare lo scienziato per averci provato.
L'ultimo scritto del libro, CRISTIANESIMO E GIUDAISMO (pag. 116), così recita: «Se si purga il giudaismo dei profeti e il cristianesimo come lo ha insegnato Gesù Cristo da tutte le aggiunte succesive, in particolare quelle dei preti, ci si ritroverà con un insegnamento capace di curare tutti i mali sociali dell'umanità. È dovere di ogni uomo di buona volontà cercare tenacemente, nel suo piccolo mondo, di rendere questo insegnamento di pura umanità una forza vivente, fin dove gli è possibile. Se fa un onesto tentativo in questa direzione, senza venir calpestato e schiacciato sotto i piedi dei suoi contemporanei, può considerare sé, e la comunità a cui appartiene, felice.»

Disarmo e pacifismo sono quindi le condizioni per cui l'uomo dovrebbe seriamente impegnarsi, per miglirorare le condizioni di vita sue e dei suoi simili. E in un momento come quello che stiamo vivendo è un impegno che si fa ancora più pressante e necessario.

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