martedì 22 marzo 2011

LOVE EXPOSURE (Ai no mukidashi) di Shion Sono

Metti un giapponese a riflettere sulla religione, farlo soffermare su quella cattolica in particolare, e vedi un po' cosa ne esce. Il risultato: Love Exposure. Tredicesimo lungometraggio del folle Shion Sono, nipponico regista sopra le righe che già ci aveva sbalordito col suo Suicide Club e che qui si supera. Esagerato, parossistico, estremo, surreale, pervertito, comico, efferato, profondo, ma anche commovente. Tutto questo amalgamato in quasi 4 ore di pellicola. E pensare che in origine il metraggio arrivava a sfiorare le 6 ore, poi ridotto a 2 per esigenze di distribuzione e rimontato infine nella sua versione definitiva di quasi 4 ore. Quella che i pochi fortunati hanno potuto ammirare negli asianfilmfestival sparsi per il mondo. Quella che noi, poveri comuni mortali, abbiamo potuto visionare grazie alle maglie larghe della rete che ci ha offerta la possibilità, prima inesistente, di poter accedere a tutti questi tipi di produzioni. Ovviamente dietro intercessioni di quelle anime buone e caritevoli che per noi si sbattono (in maniera completamente gratuita e disinteressata) e li mettono sulla rete. Affinché altri possano gioire alla visione di gioielli altrimenti sconosciuti.
Potremmo usare la parola capolavoro per definire questo immenso lavoro di Sono. Una parola che spesso è abusata, soprattutto sul web, tanto per classificare mostri sacri del cinema internazionale, quanto per alcuni filmetti di serie z (di culto si diceva una volta) che a vederli al cinema non gli daresti una lira. Anzi picchieresti gli inservienti per farti ridare i soldi. Ebbene, questa volta la usiamo la fatidica fantomatica parolina magica. Capolavoro.

A grandi linee la trama. Yu è figlio di una cattolica fervente che muore a causa di una malattia. Il padre, Tetsu, rimasto vedovo, decide di prendere i voti e diventare un sacerdote della chiesa cattolica. Tutto scorre tranquillamente fino all'arrivo di Kaori, prostituta in cerca di redenzione, che cercherà in ogni modo di attrarre a sé colui che però è ormai proprietà di dio: il padre di Yu. Questa la causa scatenante degli eventi del primo capitolo. La danza di accoppiamento compiuta da Saori, che innumerevoli volte attrae a sé per poi subito allontanare l'amato, destabilizza quella che sembrava una normale famiglia media giapponese. L'allontanamento definitivo della prostituta, stanca ormai di doversi continuamente nascondere agli occhi di tutti per evitare scandali, sconvolge a tal punto Tetsu, che si chiuderà sempre più in sé stesso e comincerà la sua opera di coercizione (vedi anche alla voce: violenza psicologica) sul figlio, costringendolo a confessarsi continuamente. Ma c'è un solo problema. Anche Yu è un fervente cattolico e non ha peccati da confessare. Sarà costretto ad inventarserli, ma una volta scoperta la menzogna decide di cominciare a peccare davvero. Si apre così la strada che lo porterà prima ad entrare a far parte di una gang di teppisti e poi a diventare il re dei pervertiti, maestro indiscusso e supremo nell'arte del tosatsu (con tanto di addestramento in stile ninja), ossia quella nobile arte, tutta nipponica, di scattare fotografie sotto le gonne di ignare donne e ragazzine di passaggio. Ma Yu ha un problema. Nonostante le migliaia di foto scattate, non riesce ad avere un'erezione. Il motivo è semplice. La sua erezione è votata a Maria (la sublimazione della sua donna ideale, promessa fatta da bambino alla madre morente) e non può avvenire con nessun'altra. Inizia così il conto alla rovescia dei giorni che mancano all'avvento del "miracolo" che lo porterà a conoscere la sua personalissima Maria: Yoko. Qui mi fermo con la trama per due motivi. Primo per non rovinare la visione, secondo perché servirebbe un post chilometrico per scriverla (stiamo parlando di 4 ore di film dopotutto). Premetto solo il fatto che le cose ovviamente non saranno certo facili per Yu (altrimenti non avremmo la trama, come ci insegna Syd Field) e che gli eventi che faranno muovere il tutto saranno l'equivoco provocato dall'incontro del protagonista con Yoko (ma travestito sotto le sembianze di Miss Scorpion) e dell'ingresso in scena del personaggio di Koike, feroce esponente della Chiesa Zero, setta religiosa dagli scopi tutt'altro che trasparenti.
Passiamo alle considerazioni.

TRAMA
La durata del film può spaventare, tanto più che gli eventi sono concatenati ed è impossibile scinderli in due parti divise, così da alleggerire la visione. Tuttavia essa scorre agevolmente e cattura lo spettatore non facendo calare mai il livello di attenzione. Principalmente per due motivi. Primo perché la trama è molto lineare. Nel senso, gli eventi sono concatenati in maniera consequenziale così che ci sarà il passaggio da una parte all'altra semplicemente per il meccanismo di causa-effetto. L'evento X porta a quello Y, che a sua volta conduce all'evento Z. Niente tarantinismi alla pulp fiction o nolaniani intrecci ingarbugliati. I personaggi che fanno una comparsata all'inizio avranno il loro ruolo in seguito. Ma sempre in una concatenazione lineare degli eventi. Talvolta ci dimentichiamo che è così semplice fare cinema. Non c'è bisogno di artifici astrusi e trovate tecniche arzigogolate. Un'ottima trama, degli ottimi attori e una buona dose di talento sono sufficienti a costruire un capolavoro. Il secondo motivo della scorrevolezza della pellicola è l'alternanza dei diversi registri e delle trovate narrative. Passiamo dal quotidiano al comico, dal grottesco allo splatter, dalla sguaiatezza più becera al lirismo più poetico. Il tutto amalgamato con notevole cognizione di causa. Non c'è una sequenza fuori posto. Ogni minimo tassello si incastra alla perfezione nel mosaico costruitoci da Sono.

TECNICA
Il film è interamente girato in digitale. E si vede. Ma la fotografia svolge bene il suo compito, funzionale al racconto e mai sopra (o sotto) le righe. Le inquadrature sono tipicamente made in Japan, e si alternano tra quelle frenetiche (ma mai incomprensibili) delle scene di lotta a quelle più tipicamente statiche (come la splendida sequenza del furgoncino sul mare di cui parleremo a breve). Per quanto riguarda il casting, i due attori protagonisti provengono invece dal mondo musicale. Hikari Mitsushima (Yoko) da quello delle idol, Takahiro Nishijima (Yu) dal gruppo j-pop AAA. Ma di bravura ne ostentano tantissima. Sembrano nati per interpretare questi ruoli. Ma sicuramente c'è molta della maestria di Sono nella capacità di dirigerli perfettamente e di portarli lì dove la narrazione lo esigeva. Anche gli altri sono calati al meglio nella parte, con una nota di merito soprattutto per Sakura Ando (Keiko), capace di esprimere tutta la contraddizione e la ferocia insita nel personaggio interpretato e capace di restituirci una vera e propria maschera demoniaca, sempre tirata, allucinata e deformata. Non è roba da poco.

VARIE ED EVENTUALI: RELIGIONI
Primo argomento che balza subito all'attenzione è la tematica religiosa. Sono, forse privilegiato in questo dal non avere un'intera civiltà alle spalle basata sulle convinzioni fondamentaliste cattoliche, ci presenta uno sguardo delle religioni completamente scevro da ogni compromesso. I suoi obiettivi dichiarati sono due: la religione cattolica e quelle nuove pseudo-religioni fondate su chissà quali velleità mistiche. Mi verrebbe da pensare a scientology, ai mormoni, e a chissà quante altre messe in scene che vogliono attirare una platea di  allocchi bisognosi di spiritualità a buon mercato, dietro iniezioni di notevoli assegni di denaro però. Le religioni presentateci da Sono si rivelano per quello che sono. Abbiette, spietate, autoritarie, violente e voltagabbana. O meglio, non le religioni in sé, ma l'uso che di esse si fa. Stiamo parlando cioè del clero. Di chi si arroga il diritto di dire agli altri come sentire la fede e cosa pensare (e fare) per rispettare i dettami religiosi, facendo precipitare così i loro fedeli in una spirale di fondamentalismo che si viene a presentare come un vero e proprio lavaggio del cervello. Per riportare alla normalità questi uomini e donne plagiate dai cleri bisognerebbe impegnarsi duramente nell'eliminare questo lavaggio del cervello. E la scena del furgone in spiaggia, in cui Yu cerca di decervellare con la forza Yoko, è emblematica di questa situazione paradossale. Oltre che essere struggente e una delle scene più dense di significato dell'intero film.

FEDE E SPERANZA
La fede non è dio, non è gesù, non è buddha e qualsiasi altra divinità, non è rispettare i comandamenti, non è pregare intensamente. Può anche essere tutto questo. Ma non necessariamente e non solo. La fede è ciò che noi stabiliamo come nostro punto di forza, come direttrice (morale e non) della nostra vita. Qualcosa che ci spinge ad andare avanti verso le mete che ci siamo prefissati e che ci identificano per quel che vogliamo essere. È una speranza. Non a caso le fedi non sono solo religiose, ma possono anche essere politiche, economiche, ecc. Nel film abbiamo numerose fedi, ognuna in contraddizione con l'altra, fatta eccezione per quelle di Yu. La fede cattolica è in contrasto con quella delle Chiesa Zero. Entrambe divergono da quelle due fedi personali di Yu: il tosatsu e Maria. Eppure Yu è la dimostrazione lampante di come la fede sia la forza che ci spinge a lottare contro quelle che noi consideriamo ingiustizie. A farci operare un cambiamento. O perlomeno a cercare di provarci. La fede di Yu è inarrestabile. Sembra quasi che sia l'unico personaggio positivo della pellicola con la sua convinzione irrefrenabile. Grazie alla sua fede troverà la speranza e la forza per combattere anche quando tutto il mondo che gli si era costruito attorno sembra sgretolarsi sotto i piedi. Troverà il coraggio di affrontare l'intero apparato clericale della Zero (con tanto di combattimento all'arma bianca in pieno stile japan, cioè con geyser di sangue in quantità) pur di restare fedele, appunto, alla sua fede: Maria-Yoko. Ma la fede può anche essere la perversione. Yu è un hentai (pervertito) dichiarato e convinto, spinto dal peccato. E come lui ce ne sono tanti altri che vedono misticamente la perversione come una vocazione. Gli applausi ricevuti nella scena dell'audizione ad una compagnia produttrice di film porno e il successo riscosso al raduno dei pervertiti ne sono un esempio lampante. Quindi la fede non è ciò che gli altri ci impongono. Può essere qualsiasi cosa. È qualcosa di nostro. Di personalissimo. Basta che sia qualcosa che ci faccia sentire bene e che crediamo possa, in futuro, migliorare la nostra situazione e quella degli altri.

CLICHÉ
Nel film sono presenti degli stereotipi, veri e propri marchi di fabbrica di moltissime produzioni nipponiche. Fortunatamente sono dei cliché positivi. Non ridicolizzano né banalizzano la trama, non fanno scemare l'approfondimento psicologico dei personaggi ma anzi aiutano a definirne la caratterizzazione. Due in particolare. Primo cliché: il ruolo mancante dei genitori. Si sa che la società giapponese è una società poco propensa all'accudimento dei figli, per motivi lavorativi. Detto in altro modo, i genitori (entrambi) lavorano fino a tardi e passano poco del loro tempo con la progenie. Questa mancanza è da sempre stata stigmatizzata nelle produzioni nipponiche, così che spesso e volentieri ci troviamo di fronte ad orfani, figli di genitori divorziati e o semplicemente assenti. Qui il clichè si presenta più robusto che mai. Yu ha perso la madre e vive grottescamente l'altalenante rapporto col padre. Il genitore di Yoko è un abitué di prostitute. Yoko abbandonerà il padre per andare a vivere con Saori. Non certo un esempio di rettitudine. Keiko è stata violentata ripetutamente dal padre alcolizzato, tanto da arrivare ad ucciderlo nel sonno, tramite la più efferata delle morti (almeno per gli appartenenti al genere maschile): l'evirazione. Anche i compagni di Yu, Senpai, Takahiro e Yuji, sembrano non avere genitori che li sorreggano. Questa mancanza però nell'economia della narrazione è fondamentale per delineare gli antecedenti, il background dei personaggi, e provocare un determinato comportamento.
Il secondo stereotipo è quello che vede il Giappone come patria dei pervertiti e degli adoratori di mutandine. Che dire, Sono ci ride sopra. E noi con lui. I momenti comicamente migliori sono proprio quelli legati all'insegnamento della sopraffina arte del tosatsu e al raduno dei pervertiti.

AMORE
Perché chiamare altrimenti il film Love exposure (esposizione all'amore) se di questo sentimento non v'è traccia? L'amore è in realtà la vera forza trainante della pellicola. Determina i rapporti tra i personaggi e costruisce il mondo di Yu. Questi si trova esposto infatti a tre pressanti forze amorose che si configurano, ora l'una ora l'altra, alternandosi come centrifughe e centripete: l'amore idealizzato per la madre, quello interrotto col padre e quello in corso di definizione con Yoko. Proprio quest'ultimo arriverà a configurarsi come punto centrale, capace di dare stabilità, seppur non ricambiato; ostacolato invece dalla negazione di ogni tipo di sentimento amoroso, incarnato dalla dottrina e dai dogmi della Chiesa Zero, e da Keiko, che in fondo altro non è che la nemesi di Yu. Fino al capovolgimento, dove l'amore gioca il suo scherzo prediletto, cinico, e rovescia sarcasticamente tutto ciò che si era costruito. Non senza speranza in realtà. La parabola più profonda sull'amore è, ancora, nella scena del furgone sulla spiaggia, quando Yoko riuscirà a fuggire e Yu cercherà di convincerla riguardo alla sua posizione di salvatore. La risposta di lei è esemplificata nella citazione del versetto 13 della lettera di Paolo ai Corinzi, tratta dal più grande best-seller di tutti i tempi: la bibbia.
La citazione merita di essere trascritta integralmente, con una nota però. I sottotitoli del film non sembravano proprio esatti nella citazione. Sono andato così a controllare e ho scoperto, con stupore, che mentre nel film ci si riferisce all'amore, nella bibbia si parla di carità. Googlando (e facendo ricorso ai miei ricordi, labili in verità, di greco delle superiori) ho capito che l'uso del termine carità si deve al fatto che nell'originale in greco il termine usato è agape e non eros. Entrambi termini che indicano l'amore, ma il primo è nella forma di apertura disinteressata all'altro, la seconda invece di possesso. Solo che la parola usata nel film è proprio ai, amore, e non jizen (che dovrebbe corrispondere a carità). Non è stata quindi una svista del subber, ma una precisa scelta di Sono che ha, in questa maniera, deformato il messaggio originale della trascrizione biblica per renderlo ancora più universale, profondo e poetico.

«Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi amore, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi amore, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi amore, niente mi giova.
L'amore è paziente, è benigno l'amore; non è invidioso l'amore, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. L'amore non avrà mai fine.
Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà.
La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà.
Quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, diventato uomo, ciò che ero da bambino l'ho abbandonato.
Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto.
Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e l'amore; ma di tutte la più grande è l'amore

In conclusione, se non vi fate intimorire dalla durata del film e siete abbastanza open-mind da accettare determinati argomenti, procuratevelo e guardatevelo. Godetevelo. Non ve ne pentirete.



 Sopra il trailer, sotto la scena dell'addesstramento all'arte del tosatsu.


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