venerdì 29 aprile 2011

La politica al tempo delle elezioni amministrative a San Pancrazio Salentino: il caso Gennaro

Tempo di elezioni a San Pank. A metà maggio si voterà la nuova amministrazione governante per il quinquiennio prossimo venturo. E come al solito il clima, in piena campagna elettorale, si fa infuocato. Un mese in cui si sente di tutto, gli spiriti civici delle persone tutto ad un tratto paiono svegliarsi da quel letargo politico che sembra durare vitanaturaldurante in tempi "non sospetti" e vengono gettati nell'arena politica fatta di discorsi da bar, vacue proposte proclamate dal pulpito del palco dei comizi e intenti tonti di rivoluzione contro la classe politica dominante. Peccato che il tutto duri solo pochi giorni e per il resto del tempo... una cippa di cazzo! Guai a parlare di politica con le persone. Ti risponderanno che sono tutti uguali, che sono tutti ladri, ti faranno una pernacchia e gireranno le spalle.

Ma torniamo al periodo attuale. Così come scritto sopra, il periodo elettorale sembrerebbe una cosa buona, uno dei rari momenti in cui la parola democrazia, nella sua accezione liberale, funzioni al meglio delle sue possibilità. Un periodo quindi in cui le persone si informano, vagliano le proposte e le personalità e discutono seriamente su chi dovrebbero mandare a governare in futuro per il bene della cosa pubblica. Ma ovviamente come tutte le cose belle, l'inghippo sotto c'è sempre. Qual'è in questo caso la trappola? Semplice. La maggior parte -non tutti fortunatamente- di quelle persone che si scatenano in campagna elettorale non ha la benché minima idea di quella catena sequenziale informazione-ragionamento-voto di cui sopra. Più che discussione ci si trova davanti ad un tifo da stadio. Più che ragionare sulla linea politica si attacca personalmente l'avversario, riprendendo in questo la linea dei berluspeones a livello nazionale, oppure si cerca di avvicinare gli altri alla linea di un candidato sol perché si è ricevuta chissà quale fantomatica promessa.

Ma c'è da aggiungere un'altra cosa. Questo atteggiamento non è comune tra tutti gli elettori sanpancraziesi. Non stiamo facendo di tutta l'erba un fascio. Questo atteggiamento contraddistingue pochi tipi di personalità, alcune categorie umane che andrebbero analizzate dal punto di vista socio-antropologico per poter essere sviscerate in ogni loro aspetto e capirne il meccanismo di appartenenza alla base. Le elezioni a San Pank quest'anno sono particolari. Non tanto perché vi sono ben 4 candidati sindaci con relative liste, ma quanto perché quella che viene considerata l'avversaria principale della coalizione di centro-sinistra (da tempo immemore in posizione egemonica dal punto di vista dei risultati in termini di voto) è un'accozzaglia, un minestrone come ormai è stato comunemente etichettato, che sotto le false spoglie di una lista civica (Cittadini in Comune) riunisce un candidato sindaco proveniente da Rifondazione Comunista, lo psichiatra Pino Gennaro, con i rappresentanti locali del PDL e dell'UDC. Una lista che si chiama Cittadini in Comune ma che avrebbe benissimamente potuto chiamarsi Fascio&Martello, per le ideologie contrastanti rappresentate al suo interno. Una lista che impedisce anche ai loro avversari di rapportarsi politicamente, dato che non si sa bene quale sia l'ideale da contrapporre all'interlocutore.

Ebbene, si parlava sopra di quella categoria di elettori immuni al vaglio critico della ragione, difensori indefessi della propria parte politica a prescindere dal colore, dall'idea e della condotta. Questi sedicenti personaggi competenti, che vorrebbero travestirsi da opinion-maker ma che recitano scialbamente la parte affidatagli dal gran burattinaio che li comanda e li pasce, sono tipi alquanto sgradevoli, politicamente parlando, incapaci di intavolare qualsiasi discussione di matrice costruttiva. Si allineano al modus operandi nazionale del fare politica, quello pidiellino, in cui l'importante è mentire, mentire, mentire, pur di proteggere il grande capo. Il loro leit-motiv è l'attacco personale, "perché quello ha rubato, quell'altro sta lì da troppo tempo, quello non mi saluta più, ecc", basata su discorsi da bar avulsi da qualsiasi "piattaforma programmatica di tipo politico", si sarebbe detto un tempo. Questi atteggiamenti sono stati assunti fino alle ultime tornate elettorali dagli elettori e propagandisti del centrodestra sanpancraziese, una razza politica incapace di andare al governo neanche a presentarsi da soli, senza nessuna lista concorrente. A questa tipologia di elettori -pochi in verità, dato che il centrodestra a San Pank fortunatamente non ha un grande seguito- si sono ora aggiunti gli hardcore fans di (Scili)Pino Gennaro, lo psichiatra-contadino-comunista-di-destra.

Parlare con quest'ultima categoria elettorale, cercare di intavolare un discorso politico, è una battaglia persa in partenza. Trincerati dietro luoghi comuni triti e ritriti, lontani da qualsiasi interpretazione della politica reale quotidiana, come se per loro il mondo fosse fermo all'epoca del qualunquismo di Giannini, si fanno scudo dietro le suddette voci e non si smuovono di un millimetro neanche quando messi di fronte al fatto compiuto. Ovviamente parlo per esperienza personale, dato che ho avuto a che fare con alcuni di questi singolari soggetti. Propongo qualche sprazzo di conversazione, così da capirci facilmente.

Domanda necessaria: come fa uno che si è sempre professato comunista ad allearsi con i berluspeones?
Risposta: la politica locale è diversa da quella nazionale. Si sono trovati tutti d'accordo sul programma.
Una risposta che non è una vera risposta. Innanzitutto è preoccupante affermare una cosa del genere perché se hanno un programma comune due sono le cose: o sono tutti di destra o sono tutti di sinistra. Inoltre affermare che la politica locale è diversa dalla nazionale è uno sputo in faccia ad ogni buon senso di tipo non solo politico, ma logico!!! Le decisioni sull'energia sono diverse a livello locale da quello nazionale? La questione dell'immigrazione, delle attività produttive, del precariato, quella culturale, sono diverse nel locale rispetto a quello nazionale? Non credo proprio. Destra e sinistra hanno due diversi modi, ideologicamente parlando, di legiferare e affrontare tali questioni.
Messi di fronte ad un discorso del genere si risponde dicendo che non è vero. Punto e basta. Sono due cose diverse. Va bene, se lo dite voi... contenti voi, contenti tutti.

La risposta reale alla domanda su questa strana alleanza è semplicemente una: la megalomania del candidato sindaco (Scili)Pino e la sete di potere dei candidati del PDL, frustrati dalle continue sconfitte elettorali ricevute nel passato. Ma guai a spiattellargli in faccia questa verità! Per gli hardcore-fans gennariani i politici locali del PDL sono persone degne di rispetto con cui si può parlar seriamente. Ma come?? Se fino a pochi mesi fa vi siete buttati merda l'uno sull'altro! Ora tutti uniti core a core per sconfiggere il diavolo? Non solo, guai a fare considerazioni su Sua Santità Sceso In-Terra-Per-Aiutare-Noi-Poveri-Disgraziati-Pino. Perché per loro la questione è solo una: mandare a casa la classe politica dominante ed egemonica da ormai troppo tempo. Ma se non sbaglio il vostro guru prima non faceva parte di quella classe egemonica? È stato Assessore alla cultura nella precedente giunta di centro-sinistra, Consigliere provinciale e Vice-capogruppo nel consiglio provinciale, Consigliere di maggioranza nell'attuale amministrazione. Siamo solo noi ad avere le allucinazioni oppure tale personaggio è stato parte integrante dei meccanismi oliati della politica giunta fino ai giorni nostri? Eppoi si parla tanto di rinnovamento, perché su questo fa leva la politica da bar di questi personaggi, e finiamo per vedere nella lista Fascio&Martello gli stessi personaggi che da tempo immemore siedono in consiglio comunale. Ci verrebbe da mandarvi a cagare. Ma non lo facciamo solo perché siamo persone civili.

Questi sono solo due dei punti toccati nelle varie conversazioni. Tanti altri li ometto altrimenti ci vorrebbe un post kilometrico. C'è da rimarcare una sola cosa: la mancanza di un vero e proprio progetto politico da parte della lista Cittadini in Comune. Quando si chiede quale sia la loro idea di amministrare, quali istanze portare avanti, cosa fare una volta giunti ipoteticamente al governo, le risposte riprendono tutte le vacuità dette nelle varie "critiche" alla classe dominante. L'importante è mandare a casa il Pd e SEL, il resto non importa. Credo che potremmo fare direttamente seppuko piuttosto che affidare il nostro Comune nelle mani di tali individui. Quanto durerebbe un'amministrazione del genere? Un paio di mesi? Alla prima deliberazione seria andrebbero nel panico e non si accorderebbero mai e poi mai, perché alcuni di sinistra (almeno così dicono) e altri di destra. E allora, che cazzo vi siete candidati a fare? Giusto per incasinare le cose?

A sostegno della tesi della mancanza di un programma vero, effettivo, di una linea politica comune da mettere in atto una volta andati al governo, è proprio la mancanza REALE di un programma. La lista del PD-SEL-Noi Centro, quella civica di Fedele Gravili e quella de La Destra di Micelli lo hanno già presentato. Cittadini in Comune ancora no. E mancano poco più di due settimane alle elezioni e meno ancora alla chiusura della campagna elettorale. Mi immagino i brainstorming all'interno della sede di Fascio&Martello, dove tra bottiglie di vino, elogi degli alberelli, una frangia che canta bandiera rossa mentre l'altra intona faccetta nera, si cerca di costruire un'identità artificiosa per questo calderone ribollente di ipocrisie e contraddizioni politiche. Buona fortuna, perché l'impresa è davvero tosta.

Dovesse davvero uscire questo fantomatico programma di Cittadini in Comune, scriverò un post dedicato alla comparazione di tutti e quattro i programmi. Vediamo cosa ne esce.

venerdì 22 aprile 2011

UNA VITA DIFFICILE di Dino Risi

Silvio Magnozzi è stato partigiano, comunista, giornalista, scrittore e idealista. Ha vissuto gli anni della seconda guerra mondiale, la "sconfitta" del fascismo, la ricostruzione "democratica" dell'Italia fino ad arrivare agli anni del boom economico. Le difficoltà non sono certo mancate, ma di fronte alle storture della società -e della vita- Silvio è rimasto sempre fedele ai suoi principi e alle sue idee. Non è mai sceso a compromessi. Ed è per questo che la sua è stata Una vita difficile.
Stiamo parlando del film omonimo di Dino Risi, uscito nelle sale nel 1961 e interpretato da una grandissimo Alberto Sordi, in uno dei suoi rari ruoli non strettamente legati alla figura dell'italiano medio. È un film potente, Una vita difficile, una delle pietre miliari del cinema italiano, diretto e interpretato magistralmente -anche dagli attori che recitano ruoli minori-. Ma è anche uno spaccato socio-antropologico sull'Italia che è stata, su quel che sarebbe potuta essere e -a rivederlo dopo ormai 50 anni- su quello che l'Italia, purtroppo, ancora è.

TRAMA
Silvio passa attraverso diversi periodi della sua vita, nell'arco di un ventennio. Prende parte alle lotte partigiane, durante la quale conosce la sua futura compagnia, Elena (interpretata da Lea Massari). Dopo la guerra scrive per un giornale romano di sinistra, Il Lavoratore, la cui paga però non è sufficiente per sfamare più di una persona. Nello scrivere un articolo sulla corruzione della grande imprenditoria e nel partecipare agli scontri dopo l'attentato a Togliatti, viene arrestato. Dopo aver scontato la pena, si ritroverà a dover indirizzare il suo futuro tra il rispetto delle proprie idee e la vita, sicura ma incoerente rispetto a quello che lui è, richiesta prepotentemente dalla madre della moglie. Tra indigenza, rispetto della propria coerenza morale, abbozzi di scrittura senza compromessi e tentativi di rimettere in equilibrio la sua esistenza, si susseguono gli episodi che scandiscono la vita difficile di Silvio, un uomo retto che sembra non trovare posto nell'Italia rinata dalle ceneri del fascismo.

LA LOTTA DI LIBERAZIONE, L'IMMEDIATO DOPOGUERRA E LA CONDIZIONE DEL GIORNALISTA
Magnozzi è costretto a vivere per tre mesi a casa di Elena, dove aveva trovato rifugio dopo che lei lo ha slavato uccidendo un ufficiale nazista. Viene curato e trascorre la maggior parte del suo tempo nel talamo quasi nuziale preparato dalla ragazza. È forte l'attaccamento, borghese, alla compagnia, ma allo stesso tempo è prepotente anche il richiamo della lotta. Le idee di silvio, l'aspirazione a combattere per liberare l'Italia dall'oppressione fascista hanno la meglio quando una notte, avvistati i compagni della brigata partigiana a cui appartiene nei dintorni della cascina, fugge abbandonando Elena.
Passano i giorni e l'Italia è libera. Troviamo Silvio alle prese con le macchine rotative, in un piccolo giornale di sinistra -presumiamo comunista- mentre redige un titolo per la prima pagina, "Via gli americani dall'Italia", che viene rifiutato dal direttore perché troppo radicale. Il titolo deve essere più moderato. Sono le prime avvisaglie che qualcosa non è andata per il verso giusto. L'occasione di recarsi insieme ad un collega (interpretato da Franco Fabrizi) nel luogo dove aveva conosciuto Elena porta al loro ricongiungimento e al suo trasferimento a Roma.
Una piccola nota, quasi insignificante, esce dal dialogo in cui Silvio telefona ad Elena. Nel raccontarle che cosa avesse fatto nel periodo in cui erano lontani l'uno dall'altro, Silvio le dice che non è più uno studente «no, non sono laureato. Faccio il giornalista.» In questa breve frase è racchiusa la misera condizione che ha contraddistinto il giornalismo italiano per molto tempo e che lo fa, in parte, ancora oggi. Fare il giornalista è un mestiere che riesce a farti godere di una certa considerazione sociale, ma è un mestiere legato alla scrittura che non presuppone nessun tipo di formazione particolare. Il sistema di reclutamento legato all'Albo redatto dall'Ordine dei giornalisti, istituito dal fascismo, permette la cooptazione non meritocratica, legata a logiche nepotistiche e clientelari. Il giornalista dovrebbe essere il cane da guardia della democrazia e dovrebbe avere alle spalle delle conoscenze profonde per indagare il tessuto sociale e svelare quello che viene detto fra le righe, quello che si nasconde dietro gli avvenimenti superficiali. In realtà in Italia questa condizione non si è mai verificata. Fino a pochi anni fa, il giornalista italiano non aveva la possibilità di accedere alla professione portando con sé una formazione di questo tipo. Anche se i più fortunati riuscivano ad impararlo sul campo. Tutto questo si è riverberato nel sistema giornalistico ed editoriale che per anni, in Italia, è stato alla mercé delle proprietà economiche e dei partiti, configurandosi come cane cucciolo scodinzolante ai poteri costituiti, e non è riuscito a dare un vero contributo nella formazione del processo democratico, come avviene in altre parti del mondo. Anche se ci sono state delle notevoli eccezioni, ovviamente.

Arrivati a Roma, Silvio ed Elena sono costretti a campare di espedienti, ad esempio per poter mangiare, dato che la paga da giornalista -30000 lire- non permette di sfamare due persone. Nel passare da una trattoria all'altra, in cerca di una che riesca a fargli credito, incontrano il Marchese, conoscenza di famiglia di Elena che li "salva" invitandoli a cena a casa di alcuni aristocratici.

MONARCHIA O REPUBBLICA?
Le strade di Roma sono invase da fogli di giornali e ad ogni angolo di strada c'è uno strillone che annuncia l'edizione serale straordinaria coi risultati aggiornati del referendum. È il giorno in cui il popolo italiano si reca alle urne per scegliere tra monarchia e repubblica. Un argomento che sta particolarmente a cuore a Silvio, comunista e repubblicano convinto. Arrivati nella casa degli aristocratici, ci troviamo di fronte ad una delle scene più suggestive del film.
Annunciati dall'arrivo a tavola della vecchia madre che si cruccia per l'esito del referendum, gli aristocratici seduti si spendono in elogi spropositati -e fini a sé stessi- del monarca italiano. Silvio, per poter mangiare, si trattiene a stento dal rispondere, incalzato anche dalla moglie. Tuttavia, di fronte all'argomento della fuga del re, come spesso accade, le parole dicono una cosa ma il corpo non riesce a mentire. Così all'affermazione «forse tanta gente lo accusa di essere andato nel sud» fa da contrappunto un eloquentissimo gesto della mano a significare la fuga del monarca da tutto e da tutti: la colpa di aver abbandonato il suo popolo, il popolo italiano. Per Silvio il re sarebbe dovuto andare sui monti a combattere con i partigiani, ma l'aristocrazia non è certo d'accordo, apostrofando le brigate della liberazione come «canaglie che hanno fatto solo confusione.» La discussione è interrotta dall'annunciazione degli esiti del referundum alla radio: l'Italia è una Repubblica. Gli aristocratici abbandonano il tavolo, dove rimangono solo Silvio ed Elena a mangiare. Entra un cameriere portando con sé una bottiglia di champagne. Così i due festeggiano l'alba repubblicana dello stato italiano, accompagnati dalle note dell'inno di Mameli e Novaro.

 

Come il re poco tempo prima era codardemente scappato, così adesso l'aristocrazia fugge davanti all'annuncio della Repubblica. È la dimostrazione di quanto questa classe non abbia avuto a cuore le sorti del paese, ma sia stata solo preoccupata di mantenere la propria posizione e i propri privilegi. È la dimostrazione anche che il popolo italiano dovrà combattere duramente per mantenere questa condizione democratica. La solitudine di Silvio e Elena nella sala da pranzo assurge a metafora di un popolo lasciato da solo a combattere le battaglie per i propri diritti. Dall'altra parte c'è solo disprezzo. Non solo, dall'altra parte si farà di tutto per ostacolare il cammino popolare, una condizione emblematicamente rappresentata nella brevissima scena in cui il Marchese telefona al padre per dirgli «non ti preoccupare, non tutto è perduto.»

IDEE E COMPROMESSI
Ma non c'è solo la vecchia aristocrazia in Italia -da lì a poco destinata a scomparire dai destini politici del paese- ma anche la potente borghesia, incarnata nelle figure di quegli imprenditori multi-arraffoni, che esprimono cioè potere nei diversi campi della vita economica, sociale e civile del paese. Silvio scrive un articolo dal titolo "In vista delle elezioni miliardi trafugati all'estero" e viene convocato proprio da uno degli esponenti di quella borghesia, il Commendatore che cerca di comprare il suo silenzio offrendogli milioni di lire e la possibilità di uscire dall'indigenza e condurre una vita agiata. Offerta ancor più allettante dato che i due aspettano anche un figlio. Un duro colpo all'etica personale di Magnozzi che, messo di fronte a questa scelta, nella nottata non riesce a chiudere occhio. Rimanere fedeli alle proprie idee, ma fare la fame, oppure tradire i propri ideali e tutto ciò in cui si è creduto, ma trascorrere una vita lussuosa senza nessun tipo di problema economico? Silvio sceglie la strada che scelgono tutti gli uomini retti. Rifiuta. Ma ciò gli costa caro. Una scelta che segna indistintamente il suo destino. Viene condannato al carcere, che tuttavia non fa per effetto della condizionale, se non quando viene arrestato per aver preso parte alle rivolte dopo l'attentato a Togliatti, perdendo così il beneficio che gli aveva precedentemente evitato la prigionia. In carcere continua a combattere le sue battaglie civili, battendosi per il miglioramento delle condizioni di vita nei penitenziari, mentre Elena torna a casa della madre in Lombardia.


Uscito dal carcere sarà costretto a scendere a compromessi per poter mantenere la moglie e il figlio, pressato anche dalle condizioni dettate dalla madre di Elena che vuole farli trasferire entrambi in Lombardia a trascorrere una tranquilla vita piccolo-borghese, così che nessuno possa avere più da ridire sulle condizioni di vita della figlia. Si decide quindi di far studiare Silvio per fargli prendere la laurea in architettura. Nella sequenza dell'esame di laurea ci troviamo così di fronte ad un'altra scena memorabile (direbbe Benigni).


La bocciatura segna il punto di rottura nella vita di Magnozzi che, contento di esser stato respinto, spiegherà poi alla moglie la sua visione della vita. La sua vita è basta su degli ideali forti, puri; degli ideali per i quali ha combattuto nella Resistenza, degli ideali che lo portano a credere fortemente in una società giusta e egualitaria; degli ideali che avrebbero dovuto forgiare la nuova Repubblica italiana ma che purtroppo sembrano disattesi sempre più ad ogni episodio che scandisce le tappe importanti della sua vita. Anzi, sembra quasi che adesso le cose stiano peggio. Se in passato si era consapevoli di vivere in una società sbagliata, perché si viveva sotto un dittatura dichiarata, adesso l'ipocrisia e l'arrivismo sono celati sotto una sottile patina che dipinge una società come democratica ma che in realtà non lo è. Per cosa allora si è lottato? Quali sono stati i risultati ottenuti con la lotta di liberazione? Era la seconda occasione, dopo quella avuta con la lotta per l'unità d'Italia, per cancellare di colpo il passato e ricostruire una società completamente nuova, davvero democratica. Tuttavia il sistema di potere basato su compromessi, politici e non solo, non ha mai voluto davvero rottamare gli apparati che derivavano dal vecchio stato fascista, portandoli con sé nella nuova avventura repubblicana, nascosti dietro una maschera di finta libertà democratica. In Italia o si scende a compromessi per poter vivere una vita economicamente dignitosa, altrimenti si è destinati a vivere Una vita difficile.

Questo è anche il titolo del romanzo, autobiografico, che Magnozzi scrive e cerca di far pubblicare. Ma nessun editore acconsente a pubblicarlo. La sua visione viene definita troppo estremista. Deve essere smussato nei suoi angoli più spigolosi ed epurato per renderlo più moderato. Ma neanche qui Silvio scende a compromessi. Tenta allora col cinema che sembra essere più aperto a tematiche del genere. Ma il trattamento ricevuto non è diverso. Nel frattempo la moglie lo ha abbandonato e si vede con altri uomini. Deluso dalla società italiana, Silvio decide allora di andare a Viareggio per cercare di riconquistare quello che, in ordine di importanza, veniva subito dopo le sue idee: la moglie.

RICONQUISTARE LA DIGNITÀ
Il breve soggiorno a Viareggio non da i risultati sperati nella riappacificazione con la moglie. Le idee di Silvio sono ancora troppo forti e hanno spesso il sopravvento su tutto. Non solo. Le difficoltà che si sono presentate nella vita di Magnozzi sembrano aver segnato un solco indelebile e ormai non è più lo stesso uomo di prima. «Cosa ci venite a fare qui? Non c'è niente da vedere. È tutto uno schifo» si lascia scappare, ubriaco, mentre sputa sulle auto in corsa lungo un viale di Viareggio.


In questa affermazione è racchiusa tutta l'amarezza per il destino di una nazione che non è riuscita a cambiare neanche lottando. E sembra davvero che sia tutto finito quando Magnozzi si presenta al funerale della madre di Elena parcheggiando una macchina lussuosissima, vestito di tutto punto. Per riconquistare la moglie è davvero sceso a compromessi, lavorando adesso, come segretario, per quel Commendatore che in passato aveva tentato di corromperlo. Nella sequenza finale tuttavia riuscirà a riscattare la sua dignità. Un finale catartico, che sembra più un augurio e un incitamento per gli spettatori italiani, che non un avvicinamento alla realtà fattuale. Il popolo italiano avrebbe dovuto riscattare la propria dignità con un gesto forte ed eloquente. Era questo l'invito fatto da Risi nel 1961, anno di uscita del film. Adesso siamo nel 2011, sono passati 50 anni da allora. Ma la situazione non è cambiata di una virgola. Tutt'al più è peggiorata.

PER CONCLUDERE
Una vita difficile è un film sociologico. È antropologico. Ci sbatte come un pugno in faccia ciò che siamo. Ci fa vergognare di quello che il popolo italiano è diventato. Rivederlo adesso è come sentire un urlo straziante nella marea silenziosa del conformismo imperante. Silvio Magnozzi è la dimostrazione -anche se finzionale- del fatto che è possibile vivere una vita dignitosa senza venire meno ai propri ideali e principi. È anche la dimostrazione di «com'è difficile essere un uomo libero in quest'Italia di merda», diceva Luttazzi. Lottare per qualcosa significa battersi quotidianamente anche nelle piccole cose. Basterebbe non scendere a compromessi nei piccoli aspetti della vita quotidiana per cambiare volto a questa società e migliorare la situazione. Ma fino a quando persone del genere rimarrano minoritarie nel tessuto sociale italiano, quei pochi che ancora si ostineranno a vivere secondo i propri principi saranno costretti a vivere Una vita difficile.

mercoledì 6 aprile 2011

Io sto con i tunisini! Appunti dal campo profughi di Manduria

Si è parlato molto in questi giorni del campo di Manduria. Si sono create delle ronde spontanee di cittadini manduriani. Ronde all'apparenza per garantire un clima di sicurezza ai cittadini, in realtà fasciste e xenofobe nell'animo. Si è parlato dell'inadeguatezza del campo ad ospitare migliaia di persone, inadeguatezza che ha portato alle dimissioni del sindaco Tommasino e dell'ex sottosegretario al Ministero degli interni Mantovano. Sono venuti fuori i piccoli razzismi di casa nostra, in cui anche chi normalmente professa un pensiero liberale sulla questione immigrazione, messo davanti al fatto compiuto (un campo profughi a pochi passi da casa) cambia repentinamente idea. Perché sì agli immigrati, ma non a casa nostra.
Su queste basi concettuali sono andato a dare un'occhiata a questo benedetto campo profughi di Manduria. Cosa ho trovato?

Appena sceso dalla macchina sono stato subito accerchiato da un gruppetto di 6-7 ragazzi che, attirati dal tabacco che mi stavo rullando, si sono prontamente avvicinati per chiedere una sigaretta e parlarmi. Mi hanno chiesto se avevo dei soldi, se potevano chiamare casa loro col mio cellulare. Purtroppo non parlavano italiano. Solo uno di loro parlava francese e per capire sono dovuto ricorrere alle mie ormai desuete conoscenze di francese, imparate durante le scuole medie. Le poche parole proferite mettevano in luce il fatto che la loro lontananza dai loro luoghi natii, dalle famiglie soprattutto, è una condizione difficile da sopportare. Non solo, essere costretti a fermarsi a Manduria, in un centro di accoglienza, temporaneo per non si sa per quanto tempo, diventa via via ancora più pesante. Quindi il pensiero primo: chiamare la propria famiglia per metterla al corrente ed informarla della propria situazione. Più che altro per dire che si è ancora vivi.

Lascio il tabacco al gruppetto di ragazzi -un gesto minimo per rendere più sopportabile la permanenza, dato che non possono (non potrebbero) spostarsi dal campo neanche per comprare le sigarette- e mi avvicino di più alla zona presidiate dalle forze dell'ordine. Di "ospiti" del campo ce ne sono a bizzeffe lungo la strada. Alcune collinette di capi di vestiario sono ammucchiate qua e là lungo la terra nuda della campagna. Vicino ad un albero un paio di ragazzi sono riusciti a montare una tenda. Sicuramente per passarci dentro la notte. Arrivo davanti all'entrata del campo vero e proprio.

All'ingresso ci sono poliziotti e carabinieri. I primi, una ventina, vicino ad una camionetta, i secondi, solo pochi, vicino ad una volante. Di certo non sono abbastanza per tenere d'occhio la situazione. Lungo la strada e all'esterno del campo ce ne sono solo un paio. Forse perché dentro, nello spazio in cui sono situate le tende, si dice ci sia una televisione locale che sta facendo delle riprese per un servizio. O forse perché la situazione da tenere sotto controllo non è quella esterna. O forse perché sono semplicemente sotto in quanto ad organico numerico. Fatto sta che la presenza delle forze dell'ordine è veramente esigua rispetto a quella dei rifugiati-profughi-clandestini. Rapportandoli starebbero 1/10. Un poliziotto ogni 10 immigrati. E questo soltanto all'esterno.
Nella campagna aperta di fronte all'ingresso sono sparsi numerosi materassi e coperte. Nel via vai di persone, mi avvicino per fare qualche foto. Tre "ospiti" sono rannicchiati sotto una di queste coperte. Gli faccio una foto e subito, incuriositi, richiamano la mia attenzione chiedendomi «facebook?" Come a dire: metterai le foto su facebook? Eccomi così a scambiare un po' di opinioni con questa gente che tutto è fuorché ciò che dipingono i media di area destrorsa.

Adel  Ben Salem e Dabbabi Saber sono due tunisini, arrivati prima a Lampedusa e poi trasferiti a Manduria. Parlano un po' di italiano, di francese e di inglese. Riescono a farsi capire in tutto e per tutto, nonostante la differenza linguistica. E mostrano una grande forza di fronte alle avversità. Hanno trascorso 20 giorni nell'isola e da 5 sono confinati nella cittadina tarantina. Gli chiedo quali sono le condizioni dentro al campo e mi rispondono che non sono delle migliori. Loro si trovano lì (ecco il perché di tutti i materassi fuori) per protestare. Il loro obiettivo non è di rimanere in Italia e fosse stato per loro sarebbero già andati via da Manduria. La loro meta è la Francia, ma in attesa di arrivare alle frontiere mi chiedono informazioni su come raggiungere il nord Italia. Roma e Parma i luoghi prescelti. Anche perché, sinceramente, essere accolti così può farti sfiorare qualsiasi pensiero in testa, tranne che quello di rimanere. Sono delle brave persone e si vede da subito. Saber è poi il più gioviale. Ride e scherza. Afferma che gli piacciono i "maccheroni", la pasta che mangiano ogni giorno. Mangiano sempre e solo pasta. E Adel lo prende in giro perché Saber è una buona forchetta, diciamo così, e mangerebbe continuamente quello che i suoi compagni si sono un po' stancati di vedersi in tavola. In questi momenti di leggerezza arriviamo anche a parlare di calcio. E sono convinto di aver trovato l'unico tunisino juventino presente a Manduria. Adel infatti tifa Juve e si accende solo a nominare Del Piero. Hanno anche ricevuto da qualcuno la maglietta della squadra di calcio del Manduria e la mostrano quasi fosse un trofeo, orgogliosi come i tifosi della curva esporrebbero la maglietta del loro giocatore preferito.
Sono molto cordiali. E dimostrano una vitalità davvero imponente. Dovessi trovarmi io nei loro panni non so se sarei capace di reagire allo stesso modo. Preso dal clima gioviale che si è instaurato con questi ragazzi, mi dimentico di chiedergli il perché della loro emigrazione. Cosa facessero in Tunisia e i motivi per cui sono emigrati. Peccato. Cercherò di ritrovarli e glielo chiederò.

Li saluto e mi riaccodo con il direttore del giornale e con una mia collega praticante pubblicista, con i quali ero andato al campo. Sono fermi a parlare con un altro ragazzo. Questi è il corrispondente, per così dire, dalla tendopoli. È un ragazzo che la mia collega ormai conosce e che ascolta per raccontare ciò che accade al campo. Vi invito a seguire le pagine di Viv@voce per saperne di più, dato che stanno coprendo quotidianamente le vicende di Manduria. Questo ragazzo, dicevo, ha detto una cosa che mi ha colpito tantissimo. Di fronte all'invito della mia collega ad accettare soldi e un paio di panini che lei aveva appositamente preparato per i residenti del centro di accoglienza ha detto «non voglio soldi, non voglio mangiare. Voglio la mia libertà.» Come dargli torto? Questo ragazzo è sicuramente stato più lucido di tanti suoi compaesani che, stretti nella situazione contingente, si avvicinano per chiedere soldi, vestiti, cibo e quant'altro. Questo ragazzo ha invece rivendicato, con queste sue brevi parole, la sua dignità. Il suo diritto ad essere rispettato come cittadino del mondo e come essere umano.

Uno Stato può davvero negare ad alcune persone, solo ad alcune, di non essere libere? Perché costringere questi ragazzi, fuggiti in larga parte dalle dittature del nord Africa, a rimanere per forza di cose in un determinato luogo? Loro non vogliono rimanere a Manduria, o a Lampedusa o in qualsiasi altro centro sperduto dell'Italia. Vogliono spostarsi dove potranno essere integrati e potranno cercare lavoro. Perché, non dimentichiamocelo, tutte queste persone emigrano per andare in luoghi che si dicano democratici. Dove possano lavorare e vivere onestamente nel rispetto della libertà di ognuno. Non sono delinquenti, ma persone, uguali tali e quali a noi. Perché costringerli per mesi in centri di accoglienza allestiti solo per un determinato numero di persone, mentre nella realtà dei fatti lì dentro vengono stipati a migliaia? È una situazione alienante. E si sa che in posti del genere vengono a mancare prima o poi le condizioni primarie per la pacifica convivenza. A partire dalle condizioni igieniche fino ad arrivare alle condizioni ambientali, quelle cosidette di contesto. Sfido chiunque di noi a vivere per un certo periodo essendo controllati a vista dalle forze dell'ordine solo perché si proviene da una nazione diversa. Chiunque si sentirebbe deprivato della sua condizione di essere umano.
Ma il fatto è che gli italiani, in fin dei conti, hanno paura dello straniero. Fortunatamente non tutti la pensano in quel modo perché molti dimostrano un grande senso di solidarietà. Ma per tutti gli altri? Perché permettono che lo Stato porti avanti queste politiche di controllo dell'immigrazione altamente autoritarie? Non sarà per caso che tutti questi italiani, in fin dei conti, non sono altro che la manifestazione di vecchi sentimenti sorpassati e già giudicati dalla storia come sconfitti? La nostra ormai è una società multiculturale. La globalizzazione oltre alla libera circolazione delle merci ha portato anche alla libera circolazione delle persone. Noi ormai non siamo più cittadini italiani, europei o altro. Siamo cittadini del mondo. E il mondo è la nostra casa. Mettiamocelo in testa perché è un principio da cui non si può derogare. Il futuro non sono i centri di accoglienza clandestini/lager. Il futuro è l'integrazione multiculturale. Ogni altro tipo di prospettiva è xenofoba, razzista e fascista. Se quest'ultima dovesse davvero essere la via italiana al controllo dei flussi immigratori, beh, allora io sto con i tunisini! E con tutti quei popoli che sono costretti ad emigrare e trovano sulla loro strada solo frontiere chiuse e sbarrate.