mercoledì 6 aprile 2011

Io sto con i tunisini! Appunti dal campo profughi di Manduria

Si è parlato molto in questi giorni del campo di Manduria. Si sono create delle ronde spontanee di cittadini manduriani. Ronde all'apparenza per garantire un clima di sicurezza ai cittadini, in realtà fasciste e xenofobe nell'animo. Si è parlato dell'inadeguatezza del campo ad ospitare migliaia di persone, inadeguatezza che ha portato alle dimissioni del sindaco Tommasino e dell'ex sottosegretario al Ministero degli interni Mantovano. Sono venuti fuori i piccoli razzismi di casa nostra, in cui anche chi normalmente professa un pensiero liberale sulla questione immigrazione, messo davanti al fatto compiuto (un campo profughi a pochi passi da casa) cambia repentinamente idea. Perché sì agli immigrati, ma non a casa nostra.
Su queste basi concettuali sono andato a dare un'occhiata a questo benedetto campo profughi di Manduria. Cosa ho trovato?

Appena sceso dalla macchina sono stato subito accerchiato da un gruppetto di 6-7 ragazzi che, attirati dal tabacco che mi stavo rullando, si sono prontamente avvicinati per chiedere una sigaretta e parlarmi. Mi hanno chiesto se avevo dei soldi, se potevano chiamare casa loro col mio cellulare. Purtroppo non parlavano italiano. Solo uno di loro parlava francese e per capire sono dovuto ricorrere alle mie ormai desuete conoscenze di francese, imparate durante le scuole medie. Le poche parole proferite mettevano in luce il fatto che la loro lontananza dai loro luoghi natii, dalle famiglie soprattutto, è una condizione difficile da sopportare. Non solo, essere costretti a fermarsi a Manduria, in un centro di accoglienza, temporaneo per non si sa per quanto tempo, diventa via via ancora più pesante. Quindi il pensiero primo: chiamare la propria famiglia per metterla al corrente ed informarla della propria situazione. Più che altro per dire che si è ancora vivi.

Lascio il tabacco al gruppetto di ragazzi -un gesto minimo per rendere più sopportabile la permanenza, dato che non possono (non potrebbero) spostarsi dal campo neanche per comprare le sigarette- e mi avvicino di più alla zona presidiate dalle forze dell'ordine. Di "ospiti" del campo ce ne sono a bizzeffe lungo la strada. Alcune collinette di capi di vestiario sono ammucchiate qua e là lungo la terra nuda della campagna. Vicino ad un albero un paio di ragazzi sono riusciti a montare una tenda. Sicuramente per passarci dentro la notte. Arrivo davanti all'entrata del campo vero e proprio.

All'ingresso ci sono poliziotti e carabinieri. I primi, una ventina, vicino ad una camionetta, i secondi, solo pochi, vicino ad una volante. Di certo non sono abbastanza per tenere d'occhio la situazione. Lungo la strada e all'esterno del campo ce ne sono solo un paio. Forse perché dentro, nello spazio in cui sono situate le tende, si dice ci sia una televisione locale che sta facendo delle riprese per un servizio. O forse perché la situazione da tenere sotto controllo non è quella esterna. O forse perché sono semplicemente sotto in quanto ad organico numerico. Fatto sta che la presenza delle forze dell'ordine è veramente esigua rispetto a quella dei rifugiati-profughi-clandestini. Rapportandoli starebbero 1/10. Un poliziotto ogni 10 immigrati. E questo soltanto all'esterno.
Nella campagna aperta di fronte all'ingresso sono sparsi numerosi materassi e coperte. Nel via vai di persone, mi avvicino per fare qualche foto. Tre "ospiti" sono rannicchiati sotto una di queste coperte. Gli faccio una foto e subito, incuriositi, richiamano la mia attenzione chiedendomi «facebook?" Come a dire: metterai le foto su facebook? Eccomi così a scambiare un po' di opinioni con questa gente che tutto è fuorché ciò che dipingono i media di area destrorsa.

Adel  Ben Salem e Dabbabi Saber sono due tunisini, arrivati prima a Lampedusa e poi trasferiti a Manduria. Parlano un po' di italiano, di francese e di inglese. Riescono a farsi capire in tutto e per tutto, nonostante la differenza linguistica. E mostrano una grande forza di fronte alle avversità. Hanno trascorso 20 giorni nell'isola e da 5 sono confinati nella cittadina tarantina. Gli chiedo quali sono le condizioni dentro al campo e mi rispondono che non sono delle migliori. Loro si trovano lì (ecco il perché di tutti i materassi fuori) per protestare. Il loro obiettivo non è di rimanere in Italia e fosse stato per loro sarebbero già andati via da Manduria. La loro meta è la Francia, ma in attesa di arrivare alle frontiere mi chiedono informazioni su come raggiungere il nord Italia. Roma e Parma i luoghi prescelti. Anche perché, sinceramente, essere accolti così può farti sfiorare qualsiasi pensiero in testa, tranne che quello di rimanere. Sono delle brave persone e si vede da subito. Saber è poi il più gioviale. Ride e scherza. Afferma che gli piacciono i "maccheroni", la pasta che mangiano ogni giorno. Mangiano sempre e solo pasta. E Adel lo prende in giro perché Saber è una buona forchetta, diciamo così, e mangerebbe continuamente quello che i suoi compagni si sono un po' stancati di vedersi in tavola. In questi momenti di leggerezza arriviamo anche a parlare di calcio. E sono convinto di aver trovato l'unico tunisino juventino presente a Manduria. Adel infatti tifa Juve e si accende solo a nominare Del Piero. Hanno anche ricevuto da qualcuno la maglietta della squadra di calcio del Manduria e la mostrano quasi fosse un trofeo, orgogliosi come i tifosi della curva esporrebbero la maglietta del loro giocatore preferito.
Sono molto cordiali. E dimostrano una vitalità davvero imponente. Dovessi trovarmi io nei loro panni non so se sarei capace di reagire allo stesso modo. Preso dal clima gioviale che si è instaurato con questi ragazzi, mi dimentico di chiedergli il perché della loro emigrazione. Cosa facessero in Tunisia e i motivi per cui sono emigrati. Peccato. Cercherò di ritrovarli e glielo chiederò.

Li saluto e mi riaccodo con il direttore del giornale e con una mia collega praticante pubblicista, con i quali ero andato al campo. Sono fermi a parlare con un altro ragazzo. Questi è il corrispondente, per così dire, dalla tendopoli. È un ragazzo che la mia collega ormai conosce e che ascolta per raccontare ciò che accade al campo. Vi invito a seguire le pagine di Viv@voce per saperne di più, dato che stanno coprendo quotidianamente le vicende di Manduria. Questo ragazzo, dicevo, ha detto una cosa che mi ha colpito tantissimo. Di fronte all'invito della mia collega ad accettare soldi e un paio di panini che lei aveva appositamente preparato per i residenti del centro di accoglienza ha detto «non voglio soldi, non voglio mangiare. Voglio la mia libertà.» Come dargli torto? Questo ragazzo è sicuramente stato più lucido di tanti suoi compaesani che, stretti nella situazione contingente, si avvicinano per chiedere soldi, vestiti, cibo e quant'altro. Questo ragazzo ha invece rivendicato, con queste sue brevi parole, la sua dignità. Il suo diritto ad essere rispettato come cittadino del mondo e come essere umano.

Uno Stato può davvero negare ad alcune persone, solo ad alcune, di non essere libere? Perché costringere questi ragazzi, fuggiti in larga parte dalle dittature del nord Africa, a rimanere per forza di cose in un determinato luogo? Loro non vogliono rimanere a Manduria, o a Lampedusa o in qualsiasi altro centro sperduto dell'Italia. Vogliono spostarsi dove potranno essere integrati e potranno cercare lavoro. Perché, non dimentichiamocelo, tutte queste persone emigrano per andare in luoghi che si dicano democratici. Dove possano lavorare e vivere onestamente nel rispetto della libertà di ognuno. Non sono delinquenti, ma persone, uguali tali e quali a noi. Perché costringerli per mesi in centri di accoglienza allestiti solo per un determinato numero di persone, mentre nella realtà dei fatti lì dentro vengono stipati a migliaia? È una situazione alienante. E si sa che in posti del genere vengono a mancare prima o poi le condizioni primarie per la pacifica convivenza. A partire dalle condizioni igieniche fino ad arrivare alle condizioni ambientali, quelle cosidette di contesto. Sfido chiunque di noi a vivere per un certo periodo essendo controllati a vista dalle forze dell'ordine solo perché si proviene da una nazione diversa. Chiunque si sentirebbe deprivato della sua condizione di essere umano.
Ma il fatto è che gli italiani, in fin dei conti, hanno paura dello straniero. Fortunatamente non tutti la pensano in quel modo perché molti dimostrano un grande senso di solidarietà. Ma per tutti gli altri? Perché permettono che lo Stato porti avanti queste politiche di controllo dell'immigrazione altamente autoritarie? Non sarà per caso che tutti questi italiani, in fin dei conti, non sono altro che la manifestazione di vecchi sentimenti sorpassati e già giudicati dalla storia come sconfitti? La nostra ormai è una società multiculturale. La globalizzazione oltre alla libera circolazione delle merci ha portato anche alla libera circolazione delle persone. Noi ormai non siamo più cittadini italiani, europei o altro. Siamo cittadini del mondo. E il mondo è la nostra casa. Mettiamocelo in testa perché è un principio da cui non si può derogare. Il futuro non sono i centri di accoglienza clandestini/lager. Il futuro è l'integrazione multiculturale. Ogni altro tipo di prospettiva è xenofoba, razzista e fascista. Se quest'ultima dovesse davvero essere la via italiana al controllo dei flussi immigratori, beh, allora io sto con i tunisini! E con tutti quei popoli che sono costretti ad emigrare e trovano sulla loro strada solo frontiere chiuse e sbarrate.

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