venerdì 22 aprile 2011

UNA VITA DIFFICILE di Dino Risi

Silvio Magnozzi è stato partigiano, comunista, giornalista, scrittore e idealista. Ha vissuto gli anni della seconda guerra mondiale, la "sconfitta" del fascismo, la ricostruzione "democratica" dell'Italia fino ad arrivare agli anni del boom economico. Le difficoltà non sono certo mancate, ma di fronte alle storture della società -e della vita- Silvio è rimasto sempre fedele ai suoi principi e alle sue idee. Non è mai sceso a compromessi. Ed è per questo che la sua è stata Una vita difficile.
Stiamo parlando del film omonimo di Dino Risi, uscito nelle sale nel 1961 e interpretato da una grandissimo Alberto Sordi, in uno dei suoi rari ruoli non strettamente legati alla figura dell'italiano medio. È un film potente, Una vita difficile, una delle pietre miliari del cinema italiano, diretto e interpretato magistralmente -anche dagli attori che recitano ruoli minori-. Ma è anche uno spaccato socio-antropologico sull'Italia che è stata, su quel che sarebbe potuta essere e -a rivederlo dopo ormai 50 anni- su quello che l'Italia, purtroppo, ancora è.

TRAMA
Silvio passa attraverso diversi periodi della sua vita, nell'arco di un ventennio. Prende parte alle lotte partigiane, durante la quale conosce la sua futura compagnia, Elena (interpretata da Lea Massari). Dopo la guerra scrive per un giornale romano di sinistra, Il Lavoratore, la cui paga però non è sufficiente per sfamare più di una persona. Nello scrivere un articolo sulla corruzione della grande imprenditoria e nel partecipare agli scontri dopo l'attentato a Togliatti, viene arrestato. Dopo aver scontato la pena, si ritroverà a dover indirizzare il suo futuro tra il rispetto delle proprie idee e la vita, sicura ma incoerente rispetto a quello che lui è, richiesta prepotentemente dalla madre della moglie. Tra indigenza, rispetto della propria coerenza morale, abbozzi di scrittura senza compromessi e tentativi di rimettere in equilibrio la sua esistenza, si susseguono gli episodi che scandiscono la vita difficile di Silvio, un uomo retto che sembra non trovare posto nell'Italia rinata dalle ceneri del fascismo.

LA LOTTA DI LIBERAZIONE, L'IMMEDIATO DOPOGUERRA E LA CONDIZIONE DEL GIORNALISTA
Magnozzi è costretto a vivere per tre mesi a casa di Elena, dove aveva trovato rifugio dopo che lei lo ha slavato uccidendo un ufficiale nazista. Viene curato e trascorre la maggior parte del suo tempo nel talamo quasi nuziale preparato dalla ragazza. È forte l'attaccamento, borghese, alla compagnia, ma allo stesso tempo è prepotente anche il richiamo della lotta. Le idee di silvio, l'aspirazione a combattere per liberare l'Italia dall'oppressione fascista hanno la meglio quando una notte, avvistati i compagni della brigata partigiana a cui appartiene nei dintorni della cascina, fugge abbandonando Elena.
Passano i giorni e l'Italia è libera. Troviamo Silvio alle prese con le macchine rotative, in un piccolo giornale di sinistra -presumiamo comunista- mentre redige un titolo per la prima pagina, "Via gli americani dall'Italia", che viene rifiutato dal direttore perché troppo radicale. Il titolo deve essere più moderato. Sono le prime avvisaglie che qualcosa non è andata per il verso giusto. L'occasione di recarsi insieme ad un collega (interpretato da Franco Fabrizi) nel luogo dove aveva conosciuto Elena porta al loro ricongiungimento e al suo trasferimento a Roma.
Una piccola nota, quasi insignificante, esce dal dialogo in cui Silvio telefona ad Elena. Nel raccontarle che cosa avesse fatto nel periodo in cui erano lontani l'uno dall'altro, Silvio le dice che non è più uno studente «no, non sono laureato. Faccio il giornalista.» In questa breve frase è racchiusa la misera condizione che ha contraddistinto il giornalismo italiano per molto tempo e che lo fa, in parte, ancora oggi. Fare il giornalista è un mestiere che riesce a farti godere di una certa considerazione sociale, ma è un mestiere legato alla scrittura che non presuppone nessun tipo di formazione particolare. Il sistema di reclutamento legato all'Albo redatto dall'Ordine dei giornalisti, istituito dal fascismo, permette la cooptazione non meritocratica, legata a logiche nepotistiche e clientelari. Il giornalista dovrebbe essere il cane da guardia della democrazia e dovrebbe avere alle spalle delle conoscenze profonde per indagare il tessuto sociale e svelare quello che viene detto fra le righe, quello che si nasconde dietro gli avvenimenti superficiali. In realtà in Italia questa condizione non si è mai verificata. Fino a pochi anni fa, il giornalista italiano non aveva la possibilità di accedere alla professione portando con sé una formazione di questo tipo. Anche se i più fortunati riuscivano ad impararlo sul campo. Tutto questo si è riverberato nel sistema giornalistico ed editoriale che per anni, in Italia, è stato alla mercé delle proprietà economiche e dei partiti, configurandosi come cane cucciolo scodinzolante ai poteri costituiti, e non è riuscito a dare un vero contributo nella formazione del processo democratico, come avviene in altre parti del mondo. Anche se ci sono state delle notevoli eccezioni, ovviamente.

Arrivati a Roma, Silvio ed Elena sono costretti a campare di espedienti, ad esempio per poter mangiare, dato che la paga da giornalista -30000 lire- non permette di sfamare due persone. Nel passare da una trattoria all'altra, in cerca di una che riesca a fargli credito, incontrano il Marchese, conoscenza di famiglia di Elena che li "salva" invitandoli a cena a casa di alcuni aristocratici.

MONARCHIA O REPUBBLICA?
Le strade di Roma sono invase da fogli di giornali e ad ogni angolo di strada c'è uno strillone che annuncia l'edizione serale straordinaria coi risultati aggiornati del referendum. È il giorno in cui il popolo italiano si reca alle urne per scegliere tra monarchia e repubblica. Un argomento che sta particolarmente a cuore a Silvio, comunista e repubblicano convinto. Arrivati nella casa degli aristocratici, ci troviamo di fronte ad una delle scene più suggestive del film.
Annunciati dall'arrivo a tavola della vecchia madre che si cruccia per l'esito del referendum, gli aristocratici seduti si spendono in elogi spropositati -e fini a sé stessi- del monarca italiano. Silvio, per poter mangiare, si trattiene a stento dal rispondere, incalzato anche dalla moglie. Tuttavia, di fronte all'argomento della fuga del re, come spesso accade, le parole dicono una cosa ma il corpo non riesce a mentire. Così all'affermazione «forse tanta gente lo accusa di essere andato nel sud» fa da contrappunto un eloquentissimo gesto della mano a significare la fuga del monarca da tutto e da tutti: la colpa di aver abbandonato il suo popolo, il popolo italiano. Per Silvio il re sarebbe dovuto andare sui monti a combattere con i partigiani, ma l'aristocrazia non è certo d'accordo, apostrofando le brigate della liberazione come «canaglie che hanno fatto solo confusione.» La discussione è interrotta dall'annunciazione degli esiti del referundum alla radio: l'Italia è una Repubblica. Gli aristocratici abbandonano il tavolo, dove rimangono solo Silvio ed Elena a mangiare. Entra un cameriere portando con sé una bottiglia di champagne. Così i due festeggiano l'alba repubblicana dello stato italiano, accompagnati dalle note dell'inno di Mameli e Novaro.

 

Come il re poco tempo prima era codardemente scappato, così adesso l'aristocrazia fugge davanti all'annuncio della Repubblica. È la dimostrazione di quanto questa classe non abbia avuto a cuore le sorti del paese, ma sia stata solo preoccupata di mantenere la propria posizione e i propri privilegi. È la dimostrazione anche che il popolo italiano dovrà combattere duramente per mantenere questa condizione democratica. La solitudine di Silvio e Elena nella sala da pranzo assurge a metafora di un popolo lasciato da solo a combattere le battaglie per i propri diritti. Dall'altra parte c'è solo disprezzo. Non solo, dall'altra parte si farà di tutto per ostacolare il cammino popolare, una condizione emblematicamente rappresentata nella brevissima scena in cui il Marchese telefona al padre per dirgli «non ti preoccupare, non tutto è perduto.»

IDEE E COMPROMESSI
Ma non c'è solo la vecchia aristocrazia in Italia -da lì a poco destinata a scomparire dai destini politici del paese- ma anche la potente borghesia, incarnata nelle figure di quegli imprenditori multi-arraffoni, che esprimono cioè potere nei diversi campi della vita economica, sociale e civile del paese. Silvio scrive un articolo dal titolo "In vista delle elezioni miliardi trafugati all'estero" e viene convocato proprio da uno degli esponenti di quella borghesia, il Commendatore che cerca di comprare il suo silenzio offrendogli milioni di lire e la possibilità di uscire dall'indigenza e condurre una vita agiata. Offerta ancor più allettante dato che i due aspettano anche un figlio. Un duro colpo all'etica personale di Magnozzi che, messo di fronte a questa scelta, nella nottata non riesce a chiudere occhio. Rimanere fedeli alle proprie idee, ma fare la fame, oppure tradire i propri ideali e tutto ciò in cui si è creduto, ma trascorrere una vita lussuosa senza nessun tipo di problema economico? Silvio sceglie la strada che scelgono tutti gli uomini retti. Rifiuta. Ma ciò gli costa caro. Una scelta che segna indistintamente il suo destino. Viene condannato al carcere, che tuttavia non fa per effetto della condizionale, se non quando viene arrestato per aver preso parte alle rivolte dopo l'attentato a Togliatti, perdendo così il beneficio che gli aveva precedentemente evitato la prigionia. In carcere continua a combattere le sue battaglie civili, battendosi per il miglioramento delle condizioni di vita nei penitenziari, mentre Elena torna a casa della madre in Lombardia.


Uscito dal carcere sarà costretto a scendere a compromessi per poter mantenere la moglie e il figlio, pressato anche dalle condizioni dettate dalla madre di Elena che vuole farli trasferire entrambi in Lombardia a trascorrere una tranquilla vita piccolo-borghese, così che nessuno possa avere più da ridire sulle condizioni di vita della figlia. Si decide quindi di far studiare Silvio per fargli prendere la laurea in architettura. Nella sequenza dell'esame di laurea ci troviamo così di fronte ad un'altra scena memorabile (direbbe Benigni).


La bocciatura segna il punto di rottura nella vita di Magnozzi che, contento di esser stato respinto, spiegherà poi alla moglie la sua visione della vita. La sua vita è basta su degli ideali forti, puri; degli ideali per i quali ha combattuto nella Resistenza, degli ideali che lo portano a credere fortemente in una società giusta e egualitaria; degli ideali che avrebbero dovuto forgiare la nuova Repubblica italiana ma che purtroppo sembrano disattesi sempre più ad ogni episodio che scandisce le tappe importanti della sua vita. Anzi, sembra quasi che adesso le cose stiano peggio. Se in passato si era consapevoli di vivere in una società sbagliata, perché si viveva sotto un dittatura dichiarata, adesso l'ipocrisia e l'arrivismo sono celati sotto una sottile patina che dipinge una società come democratica ma che in realtà non lo è. Per cosa allora si è lottato? Quali sono stati i risultati ottenuti con la lotta di liberazione? Era la seconda occasione, dopo quella avuta con la lotta per l'unità d'Italia, per cancellare di colpo il passato e ricostruire una società completamente nuova, davvero democratica. Tuttavia il sistema di potere basato su compromessi, politici e non solo, non ha mai voluto davvero rottamare gli apparati che derivavano dal vecchio stato fascista, portandoli con sé nella nuova avventura repubblicana, nascosti dietro una maschera di finta libertà democratica. In Italia o si scende a compromessi per poter vivere una vita economicamente dignitosa, altrimenti si è destinati a vivere Una vita difficile.

Questo è anche il titolo del romanzo, autobiografico, che Magnozzi scrive e cerca di far pubblicare. Ma nessun editore acconsente a pubblicarlo. La sua visione viene definita troppo estremista. Deve essere smussato nei suoi angoli più spigolosi ed epurato per renderlo più moderato. Ma neanche qui Silvio scende a compromessi. Tenta allora col cinema che sembra essere più aperto a tematiche del genere. Ma il trattamento ricevuto non è diverso. Nel frattempo la moglie lo ha abbandonato e si vede con altri uomini. Deluso dalla società italiana, Silvio decide allora di andare a Viareggio per cercare di riconquistare quello che, in ordine di importanza, veniva subito dopo le sue idee: la moglie.

RICONQUISTARE LA DIGNITÀ
Il breve soggiorno a Viareggio non da i risultati sperati nella riappacificazione con la moglie. Le idee di Silvio sono ancora troppo forti e hanno spesso il sopravvento su tutto. Non solo. Le difficoltà che si sono presentate nella vita di Magnozzi sembrano aver segnato un solco indelebile e ormai non è più lo stesso uomo di prima. «Cosa ci venite a fare qui? Non c'è niente da vedere. È tutto uno schifo» si lascia scappare, ubriaco, mentre sputa sulle auto in corsa lungo un viale di Viareggio.


In questa affermazione è racchiusa tutta l'amarezza per il destino di una nazione che non è riuscita a cambiare neanche lottando. E sembra davvero che sia tutto finito quando Magnozzi si presenta al funerale della madre di Elena parcheggiando una macchina lussuosissima, vestito di tutto punto. Per riconquistare la moglie è davvero sceso a compromessi, lavorando adesso, come segretario, per quel Commendatore che in passato aveva tentato di corromperlo. Nella sequenza finale tuttavia riuscirà a riscattare la sua dignità. Un finale catartico, che sembra più un augurio e un incitamento per gli spettatori italiani, che non un avvicinamento alla realtà fattuale. Il popolo italiano avrebbe dovuto riscattare la propria dignità con un gesto forte ed eloquente. Era questo l'invito fatto da Risi nel 1961, anno di uscita del film. Adesso siamo nel 2011, sono passati 50 anni da allora. Ma la situazione non è cambiata di una virgola. Tutt'al più è peggiorata.

PER CONCLUDERE
Una vita difficile è un film sociologico. È antropologico. Ci sbatte come un pugno in faccia ciò che siamo. Ci fa vergognare di quello che il popolo italiano è diventato. Rivederlo adesso è come sentire un urlo straziante nella marea silenziosa del conformismo imperante. Silvio Magnozzi è la dimostrazione -anche se finzionale- del fatto che è possibile vivere una vita dignitosa senza venire meno ai propri ideali e principi. È anche la dimostrazione di «com'è difficile essere un uomo libero in quest'Italia di merda», diceva Luttazzi. Lottare per qualcosa significa battersi quotidianamente anche nelle piccole cose. Basterebbe non scendere a compromessi nei piccoli aspetti della vita quotidiana per cambiare volto a questa società e migliorare la situazione. Ma fino a quando persone del genere rimarrano minoritarie nel tessuto sociale italiano, quei pochi che ancora si ostineranno a vivere secondo i propri principi saranno costretti a vivere Una vita difficile.

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