mercoledì 29 giugno 2011

Il processo di costruzione dell'identità nazionale e i concetti di nazionalismo

Nell'affrontare il corso di Letteratura italiana contemporanea all'università -tenuto dal prof. Fabio Moliterni-, stranamente mi sono imbattuto in alcuni temi alquanto interessanti. Un corso affrontato non in maniera pedantesca, tipicamente scolastica, in cui si parla degli autori e delle opere e tutto si esaurisce nel nozionismo fine a sé stesso, ma in maniera atipica: sociologicamente. Si è così parlato di temi come l'identità nazionale, la memoria e il marketing dell'identità meridionale, ancorandoli alla realtà letteraria e trattando autori poco conosciuti come Piero Jahier, Luigi Meneghello e Salvatore Paolo.
Mi sembra utile riproporre alcuni di quei temi in questo blog, così da porli all'attenzione degli internettiani che volessero leggerli.

Le "anime" del Risorgimento italiano
Il primo tema riguarda il processo di costruzione dell'identità nazionale ed è interessante anche in virtù delle celebrazioni che si sono tenute quest'anno in occasione del 150° anniversario dell'Unità d'Italia.
Lo storico Eric Hobsbawm ne L'invenzione delle tradizioni ha messo in luce il fatto che non sempre le identità sono frutto del processo di costruzione autoctono e graduale delle popolazioni che ne sono coinvolte. Alcune volte le identità possono essere costruite a tavolino: è possibile mettere insieme una serie di elementi preesistenti e renderli artificiosamente il collante che tiene insieme una nazione. Giusto per fare un esempio, cos'è la Padania se non una costruzione forzata di una patria in realtà inesistente? Cos'è il rito dell'ampolla del Po se non un meccanismo creato ad hoc per celebrare un concetto (il Dio Po) che unisce e ne identifica i partecipanti all'interno di una cerchia ristretta e chiusa? Ma anche l'Unità d'Italia, guardandola da una prospettiva diversa, potrebbe apparire come un qualcosa di artificioso costruito a tavolino.
In aggiunta al concetto di Hobsbawm, Benedict Anderson ha scritto, in Comunità immaginate, di una microfisica del sentimento di appartenenza nazionale. Questa microfisica sarebbe progettata dagli intellettuali che appaiono a tutti gli effetti come gli ingegneri della costruzione delle identità nazionali.
Per quel che riguarda l'Italia, letterariamente il modello identitario è stato costruito tramite la cultura a vocazione nazionale pedagogica espressa da figure come Alessandro Manzoni, Giosuè Carducci e Francesco De Sanctis, personalità legate ad un nazionalismo di tipo progressista e che hanno contribuito a fare del Risorgimento il mito fondativo del nazionalismo italiano.

Ma per molti il nazionalismo espresso dal Risorgimento non è considerato positivamente per la costruzione dell'identità italiana. In merito si era già espressa la linea siciliana -che va da Giovanni Verga a Federico De Roberto, da Luigi Pirandello a Leonardo Sciascia- che non valutava positivamente i valori incorporati negli ideali risorgimentali. Ancora più a fondo scava lo storico Alberto Maria Banti, intento a demistificare l'idea di nazionalismo scaturito dal Risorgimento. Nel far questo si serve di una pluralità di fonti, intreccia il metodo storico con quello delle nuove discipline (sociologia, antropologia, etnografia) individuando i miti tipici di ogni nazionalismo, ma anche quelli specificatamente italiani.  
Alberto Maria Banti
Questi miti sono il sangue, il suolo, la memoria, la famiglia e il martirologio. Sangue, suolo e famiglia sono concetti che chiudono nei confronti dell'esterno, fanno identificare in noi la parte giusta, perché ci sentiamo legati da questi concetti, e portano a vedere in tutti gli altri la parte sbagliata. Sono dei concetti pericolosi. La famiglia ad esempio testimonia un vincolo di sangue e porta a vedere la nazione anch'essa come una famiglia, ma allargata; quindi la nazione legata da un vincolo di sangue. La memoria è sempre sacralizzata, vissuta come passato atemporale e mai come tempo critico, mai come una questione aperta. La memoria serve solo per celebrare, mai per imparare. Il martirologio si rifa poi ai concetti di guerra e sacrificio personale, dell'attacco dell'altro, della propria morte eroica per salvare ciò che ci appartiene (il suolo, la famiglia, ecc.) Tutti questi concetti confluiscono in quel che può essere definito il nazionalismo peggiore: un'idea di comunità chiusa all'interno, ma estremamente aggressiva all'esterno. Questa è l'idea di nazione uscente dal Risorgimento. Questa è l'idea di nazione che è stata celebrata nell'anniversario dei 150 anni dello Stato italiano. Non è un caso se poi tutti questi valori chiusi e aggressivi sono confluiti, nei decenni successivi, nel fascismo, connotandolo in senso negativo, e in cui verrà esasperato in particolare il concetto del vincolo di sangue, adeguatamente trasformato in quello di razza. Banti opera una vera e propria genealogia. Ricostruisce i discorsi dell'identità nazionale dalle sue origini fino ad arrivare alla performance di Benigni a San Remo, nell'esegesi dell'inno nazionale che ha espresso in nuce un discorso neo-nazionalista. Un discorso che da una personalità come Benigni difficilmente ci saremmo aspettati.

Banti mette in luce allora come manchi in Italia un patriottismo sano. Ma non è il solo a pensarla in questo modo. Edmondo Berselli afferma che in Italia si è avuto un patriottismo anti-statale, emerso in particolare nei decenni della critica anti-sistemica, nel periodo che va dal '68 agli anni '80, in cui era forte l'avversione verso il modello statale espresso dai governi italiani. Alfonso Berardinelli invece parla di un patriottismo di tante piccole patrie, espresso in particolare dagli intellettuali italiani del '900 legati più alle loro patrie d'adozione che non all'Italia in quanto tale. Per fare solo alcuni nomi, Pier Paolo Pasolini era legato al Friuli e a Roma, Raffaele La Capria a Napoli e alle isole, Paolo Volponi alle Marche e a Urbino, Goffredo Parise al Veneto e alle Dolomiti...
Questo anche perché dopo il fascimo, che ne aveva monopolizzato ed estremizzato l'idea, in Italia non si è più potuto parlare di patria nei termini adottati in precedenza. In aggiunta a questo negli anni '50-'70, in pieno clima di Guerra Fredda, il contesto italiano è stato attraversato da due definizioni di patrie, entrambe esterne: gli USA e l'URSS. Entrambe ideologicamente adottate dalle due correnti politiche più importanti protagoniste del dibattito culturale italiano: la DC e il PCI. L'unico collante, l'unica ideologia che davvero ha unito tutti quanti gli italiani, è stato il consumismo, esploso negli anni del boom economico ('50-'60) e da allora parte integrante della vita dei cittadini italiani. Non solo i consumi, anche il dolore ha tenuto insieme. Tutti gli italiani si sono stretti l'uno vicino all'altro in occasione dei vari attentati, stragi e omicidi che hanno attraversato la storia italiana dagli anni '60 a oggi. Non a caso Giovanni De Luca ha definito l'Italia come la Repubblica del dolore, in cui la retorica della vittima e il vittimismo insieme sono diventati un vero e proprio pensiero ricorrente dell'identità italiana.
Il concetto di sangue si trasforma in razza

Quindi, per quello che fino a qui è stato scritto, in Italia non è possibile trovare un'idea di patria chiara, forte e univoca, così come la si può trovare in altre nazioni (Francia, Usa e Inghilterra, giusto per citarne tre). Mentre invece possiamo trovare due tipi di nazionalismo che si sono affiancati negli anni l'uno all'altro. Anzi, l'uno all'ombra dell'altro ci verrebbe da dire.
Il primo, quello dominante, è un nazionalismo celebrativo. Esso è mistificante, aggressivo e imperialista. È un prodotto della cultura italiana primonovecentesca, nato in sintonia con i nazionalismi europei del tempo. Ne hanno preso parte intellettuali come Giovanni Pascoli, Gabriele D'Annunzio e alcuni esponenti del futurismo.
Il secondo, all'ombra del dominante, è un patriottismo antagonista, progressista. Esso si fonda sulla ricerca di un'idea alternativa di patria, una patria virtuosa non legata a sentimenti xenofobi e aggressivi. Opera una demistificazione dei miti nazionalisti e critica l'idea pedagogica, anch'essa nazionalista, di letteratura costruttiva e politica, cercando invece lo sperimentalismo delle forme e rifiutando le idee dominanti in campo letterario. Gli scrittori che si rifanno a questa idea sono patrioti a tutti gli effetti, ma esiliati attraverso un processo definibile come dispatrio -termine coniato da Luigi Meneghello-, condannati cioè all'autoesilio. Questi intellettuali vivono l'isolamento e l'incomunicabilità rispetto al resto della società italiana e nella loro schiera possiamo annoverare personalità come Leonardo Sciascia, Pier Paolo Pasolini, Italo Calvino, Alberto Arbasino e Gianni Celati. Ma anche uno scrittore atipico e poco conosciuto, nel mercato mainstream letterario, come Piero Jahier.
E proprio a Jahier sarà interamente dedicato il prossimo post.

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