martedì 5 luglio 2011

Memoria e Storia: l'uso pubblico del passato

Terzo appuntamento con gli "appunti" del corso di letteratura italiana contemporanea tenuto dal prof. Moliterni.
Dopo il patriottismo senza patria di Jahier, questa volta il tema è il rapporto tra memoria e storia, ossia l'uso pubblico che si fa del passato.

Bambini prigionieri ad Auschwitz
La memoria è, molto banalmente, ciò che possiamo imparare dagli eventi passati in modo da non ripetere gli stessi errori nel presente, in modo da costruire anche un progetto alternativo per il futuro. Tuttavia la memoria non è mai un concetto semplice da maneggiare. Bisogna considerarla come un problema sempre aperto, qualcosa sempre viva e che ha ancora bisogno di essere indagata criticamente. Inoltre essa porta con sé una serie di problemi, di cui due particolarmente importanti.
Il primo ha a che fare con la questione della post-memoria, termine coniato da Marianne Hirsch -docente di letteratura comparata presso la Columbia University- che indica la mancanza di fonti reali per motivi anagrafici. Detto in altro modo, fra poco non ci saranno più le persone che hanno vissuto gli avvenimenti (il suo discorso era sulla Shoah, quindi lei parlava dei sopravvissuti, ma il concetto può essere esteso a qualsiasi ambito di ricerca storica), ossia i portatori di memoria diretta; quindi bisognerà far ricorso a una memoria adottiva, del come se, in cui i successori dei testimoni rielaboreranno una memoria che sarà sempre mediata. Avremo, per così dire, una memoria di seconda mano e ciò potrebbe comportare notevoli rischi sia per l'esattezza della ricostruzione storica, che per la possibile mistificazione in senso ideologico (e non) degli eventi ricostruiti.
L'altro problema invece deriva dalla situazione opposta. Viviamo nel continuo rischio dell'ipertrofia della memoria, in cui spettacolarizzazione -dei modelli narranti e degli avvenimenti raccontati- e istituzionalizzazione delle pratiche memoriali -in cui lo Stato si assume il compito di promuovere il dovere della memoria, dando così vita a pratiche vittimali di costruzione della stessa- minano fortemente il concetto di uso del passato in chiave critica. Spettacolarizzazione e istituzionalizzazione creano una miriade di occasioni in cui la memoria diventa protagonista dell'evento e ciò può portare a veri e propri rischi di oblio, derivanti non dall'assenza, ma dalla troppa presenza. Troppi ricordi in pratica producono un vuoto di memoria che origina a sua volta un deficit di conoscenza storica. Così scriveva Primo Levi, in Se non ora quando?, a proposito di questo argomento: «Forse la memoria è come un secchio; se ci vuoi mettere più frutti di quanti ce ne stiano, i frutti si schiacciano.» E sul deficit di conoscenza storica, cioè sulla mancanza di una memoria affrontata in maniera critica, si era espresso anche Slavoj Zizek per il quale gli anni 2000 sono il tempo del disincantamento cinico, in cui il non saper guardare criticamente il passato porta all'incapacità di creare progetti per il futuro.

"Turismo della storia" ad Auschwitz
Uno dei fenomeni più evidenti per quel che riguarda l'uso pubblico del passato è la memoria della Shoah. Per come viene affrontata si può parlare di memoria morta in quanto essa è ormai sacralizzata, monumentale, utilizzata soltanto come monito, senza alcuna analisi di tipo critico. Questa è una situazione degradante i cui effetti vanno oltre l'ambito storicistico e talvolta può dar vita a fenomeni banalizzanti come il turismo della storia. Una visione di questo genere toglie qualsiasi potenziale di tipo critico e conoscitivo agli eventi passati, così che viene a mancare la situazione fondamentale per creare strumenti d'indagine critica con cui analizzare e affrontare il presente: la visione del passato come problema ancora aperto.
Contro l'uso strumentale della memoria sacralizzata Fortini propose un patto tra le generazioni per fare i conti criticamente non solo con i rischi e il "controllo dell'oblio", ma anche con le ingiustizie e le minacce del presente. Perciò bisognerebbe vivere le memorie private dei sopravvissuti non soltanto in maniera empatica, ma analizzarle nel loro essere materiale documentale e storiografico aperto alla problematicità.

In campo letterario è il romanzo storico che si fa portavoce del tema della memoria. Sull'uso della memoria storica due autori in particolare si interrogano, uscendo anche dalla dimensione propriamente letterararia: Primo Levi con Se non ora quando? e Luigi Meneghello con I piccoli maestri, opere entrambe incentrate sulla resistenza partigiana anti nazi-fascista. Ma di questi due autori ci occuperemo in dettaglio nei prossimi post.
Per quanto riguarda il romanzo storico, adesso assistiamo a una vera e propria proliferazione determinata dal successo di questo genere. Ma adesso è più corretto parlare di romanzo neo-storico, dato che l'impegno rigoroso nella verifica delle fonti ha ceduto il passo ad altri elementi più spendibili sul piano economico della diffusione di massa. Questi nuovi tipi di romanzo infatti sono testi di finzione che slittano dalla dimensione del rigore della ricerca storica a quella della fiction, costringendo la Storia (quella con la S maiuscola) a fungere da mero scenario su cui narrare gli avvenimenti: uno sfondo immobile, dato per certo e acritico. Il processo di favolizzazione della storia che ne è alla base è evidente e in questo modo, per la sua diffusione e per l'attrazione che esercita sul pubblico, il romanzo neo-storico finisce per far concorrenza al sapere storico tradizionalmente inteso. Un antidoto a questa favolizzazione potrebbe essere la letteratura inclusiva: partendo cioè dalla ricchezza stilistica, si innesta nella dimensione letteraria l'impegno conoscitivo e saggistico. In questo modo, mescolando gli espedienti narrativi al registro saggistico, si potrebbe portare nell'ambito di diffusione mainstream gli strumenti d'indagine per un uso virtuoso del passato. È un procedimento possibile, che non modifica assolutamente la natura del prodotto letterario, perché esso è sempre anche un prodotto sociale e in quanto tale ci parla non solo di letteratura, ma anche di tutto ciò che gli gravita attorno: dalla situazione politica a quella editoriale, dalla situazione sociale a quella biografica. Indagine del prodotto letterario (la forma dell'opera) e del prodotto sociale (il contesto dell'opera) andrebbero perciò affrontate contemporaneamente.

Letteratura inclusiva era quella prodotta da Primo Levi, a cui sarà dedicato il prossimo post.

sabato 2 luglio 2011

Piero Jahier e il patriottismo senza patria

Secondo appuntamento con gli "appunti" di sociologia della letteratura, derivanti dal corso di Letteratura italiana contemporanea tenuto dal prof. Moliterni. Nel post precedente, dopo aver presentato i diversi concetti di nazionalismo in letteratura (e non solo), si era concluso accennando agli scrittori dispatriati. Piero Jahier appartiene a questa categoria ed è portavoce di un nazionalismo progressista, illuminato e a tratti ingenuo nel suo tentare di farsi portavoce delle fasce più deboli della società italiana. Ma proprio per questo motivo viene emarginato dalla comunità intellettuale imperante ed è costretto all'autoesilio. Si stacca dal modello identitario presente in letteratura fino a quel momento e, sia per i temi trattati che per le modalità di scrittura, nonché per il suo modo di reagire agli eventi storici -primo su tutti il fascismo- si colloca nella categoria che è possibile definire del patriottismo senza patria.

Jahier al fronte (è il primo da sinistra)
Genovese di nascita, classe 1884, assiste a soli tredici anni al suicidio del padre, un pastore valdese ammazzatosi a causa dei turbamenti indotti dall'aver commesso adulterio. La figura del padre è centrale nella poetica jaheriana, soprattutto per avergli consegnato, tramite l'educazione, una forte eredità spirituale che contraddistingue lo spirito evangelico valdese. Nel 1903 si trasferisce a Firenze dove inizia gli studi teologici. Dopo due anni abbandona però gli studi, lasciando così anche la fede protestante. Tuttavia rimane in lui un forte legame con la tradizione morale della religione valdese, una religione non canonica, più democratica, aperta anche a temi controversi e scomodi come l'eutanasia e l'omosessualità.
Nello stesso periodo inizia a lavorare presso le ferrovie e si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza, dove si laurea, nonostante i suoi interessi siano già preponderatamente letterari. Dalla conoscenza con Giuseppe Prezzolini inizia la collaborazione con La Voce, per la quale diventa Gerente responsabile dal 1911 al 1913. In questo periodo è impegnato nella cosiddetta cartografia del sociale, conducendo inchieste per mappare la situazione delle periferie della nazione, quei luoghi cioè spesso esclusi dalla considerazione generalistica nazionale.
Dal 1912 al 1913 vive insieme a Prezzolini e ad altri scrittori vociani nella Casa Rossa, una sorta di comune intellettuale ante-litteram, cementando sempre più i rapporti con gli altri redattori de La Voce. Tuttavia l'unità del gruppo si rompe nella discussione riguardo all'interventismo durante la Prima Guerra Mondiale, in cui cominciano ad affacciarsi -all'interno del dibattitto più generale- le contrapposizioni tra interventismo di destra e interventismo democratico. Alcuni intellettuali vociani decidono di partire per la guerra, tra questi anche Jahier che diventa Tenente degli Alpini.
Gli anni che vanno dal 1915 al 1919 sono gli unici anni in cui Jahier scrive delle opere letterarie.
Del 1915 è il primo romanzo: Resultanze in merito alla vita e al carattere di Gino Bianchi. Si tratta di una vera e propria parodia sulla vita grigia e monotona dell'impiegato medio italiano, afflitto dalla concezione burocratica dell'esistente. In esso confluiscono alcuni spunti autobiografici, in particolare per quel che riguarda la sua occupazione alle ferrovie. In allegato al romanzo viene pubblicata anche una tabella, in perfetto stile burocratico, in cui il protagonista scandisce le sue azioni quotidiane (lavarsi, pranzare, uscire, "soddisfare i doveri coniugali", ecc.) con una sistemazione a turni e orari, sul modello delle tabelle orarie dei turni di fabbrica.
Del 1919 è un altro romanzo: Ragazzo, contenente altri spunti autobiografici. Dello stesso anno è anche Con me e con gli Alpini, scritto in prosimetro, mescolando cioè prosa e poesia all'interno dello stesso testo. L'opera è dedicata all'esperienza della guerra e in essa diventa evidente il forte spirito che lega Jahier al popolo, uno spirito derivatogli sicuramente anche dalla sensibilità consegnatali dalla formazione religiosa valdese. Nel romanzo il contatto con il popolo inviato nelle trincee della Prima Guerra Mondiale diventa un problema intellettuale e Jahier individua nei contadini la patria giusta. Perché la scelta dei contadini? Perché oltre a essere lo strato più debole della società, essi sono anche la parte più inconsapevole dei motivi per cui andavano a combattere. La scelta diventa quasi documentaristica e forse anche per questo Jahier nel 1919 pubblica un testo in cui trascrive i canti dei soldati delle trincee, intitolato proprio Canti di soldati.
Dal punto di vista letterario, la scrittura di Jahier si colloca in netta antitesi rispetto al simbolismo. I versi sono lunghi e narrativi, descrittivi e non simbolici. Basta prendere a mo' di esempio Dichiarazione, prosimetro contenuto in Con me e con gli Alpini, che costituisce anche una dichiarazione del pensiero jaheriano.

Altri morirà per la Storia d'Italia volentieri
e forse qualcuno per risolvere in qualche modo la vita.
Ma io per far compagnia a questo popolo digiuno
che non sa perché va a morire
popolo che muore in guerra perché "mi vuol bene"
"per me" nei suoi sessanta uomini comandati
siccome è il giorno che tocca morire.
Altri morirà per le medaglie e per le ovazioni
ma io per questo popolo illetteraro
che non prepara guerra perché di miseria ha campato
la miseria che non fa guerre, ma semmai rivoluzioni.
Altri morirà per la sua vita
ma io per questo popolo che fa i suoi figlioli
perché sotto coperte non si conosce miseria
popolo che accende il suo fuoco solo a mattina
popolo che di osteria fa scuola
popolo non guidato, sublime materia.
Altri morirà solo, ma io sempre accompagnato:
eccomi, come davo alla ruota la mia spalla facchina
e ora, invece, la vita
Sotto ragazzi,
se non si muore
si riposerà allo spedale.
Ma se si dovesse morire
basterà un giorno di sole
e tutta Italia ricomincerà a cantare. 

Jahier in età avanzata
Dopo queste opere comincia a scrivere per bocca di terzi, ossia si limita a tradurre opere di altri scrittori, soprattutto francesi, tra cui sono da annoverare le traduzioni delle opere dello scrittore cattolico Paul Claudel e dell'anarchico Pierre-Jospeh Proudhon.
Nel periodo di guerrra, dal 1914 al 1918, dal fronte dirige due riviste. La prima è L'Astico, in cui si mette al servizio dei contadini-soldato inconsapevoli per tentare di informarli e di formarli. Nello stesso periodo entra a far parte dell'Ufficio P., ossia l'ufficio del Ministero della Difesa preposto alla propaganda, dove da vita a un'altra rivista: Il Nuovo Contadino. Sulle pagine di questo giornale Jahier conduce una battaglia, a scopo assistenzialista, per le forme di sostegno ai reduci della guerra. Nelle loro pagine riecheggia anche la visione jahieriana, che confluisce in una una vera e propria proposta di progetto sociale mirante all'unione e alla collaborazione tra i proprietari agrari e i contadini che tornano dalla guerra. Tuttavia una proposta del genere non incontra nessun interesse reale da parte dei padroni terrieri, anche perché gli agrari sono uno dei blocchi sociali forti collusi col nascente regime fascista e non hanno nessun interesse per un progetto solidal-socialistico come quello espresso da Jahier.
Nello stesso periodo Mussolini chiama ripetutamente Jahier per dirigere Il Popolo d'Italia, ottenendo però sempre un secco rifiuto. In quegli anni infatti lo scrittore comincia a delineare il suo pensiero in chiave anti-fascista e per questo viene anche preso di mira dalle squadracce in camicia nera. Viene infatti pestato dai fascisti alla manifestazione in commemorazione del deputato socialista Matteotti. Il controllo del regime diventa sempre più forte, imponendogli così ostacoli nella vita sociale e civile. Viene confinato a Bologna e messo in una situazione scomoda: gli si permette di continuare a lavorare presso le ferrovie, ma lo si fa diventare impromovibile, negandogli così qualsiasi possibilità di fare carriera e di migliorare il proprio tenore di vita.
Da questo momento in poi Jahier si chiude in un volontario silenzio, sia per ragioni contingenti espresse dalle pressioni fasciste, che per l'acutizzarsi di drammi interiori. Sente infatti che i valori per i quali ha combattuto durante la Prima Guerra Mondiale sono stati traditi e tutte le sue proposte di una società più giusta, ma anche più rispettosa nei confronti di chi aveva combattuto per la patria, sono cadute nel vuoto. Decide quindi di non scrivere più e sono questi gli anni delle traduzioni delle opere straniere, con cui fa emergere, sommessamente, il proprio pensiero dissidente. In questi anni pubblica nuove edizioni di alcune delle sue opere giovanili, intervenendovi talvolta con correzioni e aggiunte, (del 1939 è la riproposizione di Ragazzo e prime poesie per l'editore Vallecchi) e così facendo entra in contatto con Einaudi.
Gli anni '50 lo vedono protagonista della costruzione di un Museo delle arti e mestieri popolari, in cui compie una ricostruzione quasi etnografica delle tradizioni, contadine e non.

Negli anni '60 apparentemente si risveglia l'interesse per Jahier scrittore. Dal '64 al '67 infatti le sue opere vengono riunite in volume dall'editore Vallecchi, col titolo Opere. L'ultimo volume esce postumo perché Jahier muore nel '66. Questo ritorno editoriale provoca alcune reazioni da parte degli intellettuali italiani, di cui vale la pena ricordarne almeno due.
La prima è di Alberto Asor Rosa che nel '65 pubblica il volume Scrittori e popolo. In esso viene condotto uno studio su come gli intellettuali hanno rappresentato il popolo nel periodo che va dall'800 alla metà del '900. Uno dei capitoli è dedicato a Jahier e ne costituisce di fatto una stroncatura. Nello scritto il bersaglio di Asor Rosa è il populismo che ammanta l'aura dell'intellettuale italiano medio, ritenuto spesso più propriamente un borghese che col popolo ha quindi poco a che fare. Il rapporto dell'intellettuale col popolo, secondo Asor Rosa, è falsato, mistificato. Lo stesso giudizio vale per Jahier e in questo modo Asor Rosa ne appiattisce di fatto la caratura intellettuale e il valore letterario, imponendovi soltanto un giudizio negativo di matrice ideologica, mancando invece di analizzare il contesto letterario, cosa fondamentale quando si valuta uno scrittore.
La seconda reazione è di Roberto Roversi, pubblicata anch'essa nel '65. Su una rivista letteraria, Paragone-Letteratura, Roversi replica ad Asor Rosa, riprendendo e rimarcando invece le tappe della formazione intellettuale di Jahier, mostrando così la distinzione netta che intercorre tra lui e gli altri intellettuali del tempo. Scrive così Roversi, cominciando dalle ragioni dell'interventismo:
«La guerra vera intesa come [...] una possibilità e una necessità di radunata, di ritrovarsi, riconoscersi con come soggetti, ma come gruppo, come coalizione sociale operante (infine, perché non dirlo? come "nazione"). Si intede l'abisso di prospettiva che divide questa "posizione" da quella esibita e conosciuta da tanti coetanei (gli intellettuali che gridavano guerra tra sigarette e stravizi). Se c'è un'esaltazione stilistica che potrebbe preliminarmente creare qualche equivoco, l'epicità di Jahier [..] a mio parere è sempre didascalica, e il lirismo non è un'esercitazione dello stile o un'eccitazione sentimentale, ma una necessità per strumentalizzare a fini specifici il sentimento [...]; e questa strumentalizzazione si organizza non su un progetto di umanitarismo generico, ma come ho detto, pedagogico. [...] Nella misura in cui l'autore di cui ci occupiamo [...] si oppone al superomismo ribellistico dei Maigret letterati del nostro primo Novecento, identificandosi con una lucida continuità nell'impegno di operatore didattico (con la rigidità e la severità che tale progetto comportava) egli fu un rivoluzionario - e un isolato (naturalmente). Mentre i colleghi si proponevano magari di emergere o comunque si esaltavano disponendosi a utilizzare la guerra come farmaco privato che appagasse la loro bramosia vitalistica o nazionalista e rimarginasse le loro piaghe private, in Jahier è subito tipico un proposito violento, tenero, misteriosamente ottuso (nell'apparenza di un candore semplice) di regresso, di rientrare nei ranghi, di perdersi nel numero, di imparare dagli altri.» (R. Roversi, Paragone-Letteratura, ottobre 1965, n.188/8; ID. Tre poesie e alcune prose, 2008)
Jahier inoltre è anche a contatto con le avanguardie letterarie del primo '900 e questo si riflette nelle sue scelte stilistiche. Infatti stilisticamente le opere di Jahier sono sperimentali, diventando anche un modello per le correnti letterarie che si sviluppano in seguito, come a esempio la linea anti-novecentesca, che si rifà proprio alla poesia prosastica, al prosimetro di Jahier.
In conclusione quindi Jahier è fondamentalmente un patriota. Ma avendo trovato nella classe contadina la patria giusta e vedendo disattesi da parte della società i suoi progetti e le sue proposte, si chiude in un volontario silenzio e  in una sorta di autoesilio, diventando un patriota senza patria. Un dispatriato sul suolo patrio.

Il prossimo post sarà dedicato alla memoria e all'uso pubblico del passato, prima di affrontare poi due autori che col tema della memoria hanno seriamente avuto a che fare: Primo Levi e Luigi Meneghello.