martedì 6 settembre 2011

Usi e abusi della memoria: la scrittura di Primo Levi

Finito il periodo di pausa estiva, si ritorna a scrivere, riprendendo la serie di sociologia della letteratura e continuando il discorso sugli usi letterari della memoria.

Foto di un giovane Levi
Uno degli scrittori che più si è soffermato sul concetto di memoria è stato Primo Levi. La sua letteratura è esplicitamente fondata sull’uso critico della memoria in chiave interpretativa, quella memoria che nei post precedenti si è cercato di indicare in una concezione di problematicità sempre viva, estranea alle condizioni di fissità e immobilità.
Uno degli esempi migliori per indicare la concezione memoriale leviana è Se non ora quando. Romanzo neo-storico, ibrido e inclusivo, contiene strumenti metaletterari utili per la conoscenza storica del passato. In quest’opera il passato diventa la chiave per il futuro: Levi ci dice fra le righe che ciò che è avvenuto in passato è davvero una questione sempre aperta, qualcosa che necessariamente provoca dei cambiamenti nel tempo presente. Questa condizione si riverbera anche sulla dimensione più propriamente letteraria. Levi infatti non si accontenta di narrare, ma spesso e volentieri si ferma a riflettere su questi concetti.
D’altronde richiamare il nome di Primo Levi fa spesso correre il rischio di fermarsi a parlare solo delle opere più conosciute, quelle che hanno direttamente a che fare con la sua esperienza nel campo di Auschwitz e nell’avventuroso viaggio di ritorno, narrati rispettivamente in Se questo è un uomo e ne La tregua. Un rischio di incomprensione che ha sempre attraversato la vita letteraria (e non solo) dello scrittore torinese. Le opere leviane, all’infuori delle due sopraccitate, hanno infatti avuto una ricezione non proprio positiva. Questo perché la figura di Primo Levi è stata configurata come quella di un uomo pacato che cerca di capire la Shoah, una concezione fortemente presente nei romanzi citati. Al contrario invece, Levi ha avuto una personalità fortemente “spaccata”, paranoica, in cui convivono la figura di scrittore e quella di testimone, tanto che egli stesso si è sempre definito Centauro, richiamando così la figura mitologica contraddistinta dalla convivenza di due forme naturali. In aggiunta a ciò Levi è anche un chimico. Potremmo quindi considerarlo come portatore di una triplice natura. Oltre al suo ruolo di testimone infatti, la formazione di Levi è sia scientifica che umanistica e ciò si riflette nella sua scrittura che è sia interpretativa, tipica del metodo scientifico, che narrativa; la dimensione saggistica convive perfettamente con quella del racconto.

È utile riportare qualche cenno biografico, per inquadrare la figura dello scrittore Levi, visto che i temi della memoria e del valore della testimonianza attraversano tutte le sue opere letterarie.
Negli anni di pubblicazione di Se questo è un uomo Primo Levi non ha trovato appoggio nelle case editrici. Tanto per fare un esempio, Einaudi rifiutò il manoscritto su decisione di Natalia Ginzburg. Levi allora ripiegò su una piccola casa editrice, ma il libro vendette poco. Per non parlare poi del fatto che le copie rimaste furono perse nell’alluvione che colpì Firenze nel 1966.
Negli anni ’50 si riaccende l’interesse per i sopravvissuti e, proprio nel ’50, viene ripubblicato Se questo è un uomo da Einaudi. Tuttavia, giusto per rimarcare ancora l’aura di incomprensione che ammantava la figura di Levi nel mondo editoriale, fu pubblicato in una collana di saggi e non, come sarebbe stato naturale, in una di narrativa.

Il ’63 è l’anno di pubblicazione de La Tregua, sempre per i tipi di Einaudi. Stavolta in una collana di narrativa. I fatti raccontati nel libro, risultato dell’esperienza vissuta personalmente da Levi, costituiscono un’allegoria della modernità. Nell’opera viene narrata la seconda odissea degli ebrei, nel loro viaggio di ritorno dai campi di concentramento. In esso Levi aumenta il coefficiente di letterarietà, gettando uno sguardo sul popolo russo e contemporaneamente cominciando a riflettere sulla condizione che contraddistingue i sopravvissuti, il tutto narrato attraverso la forma letteraria del romanzo picaresco.

Nel ’66 viene pubblicato Storie naturali, la cui prima edizione viene firmata in copertina con lo pseudonimo di Damiano Malabaila. È una raccolta di racconti fantascientifici in cui lo pseudonimo indica la volontà di non esporsi in prima persona per non essere travisato e incompreso, come già era successo durante la prima accoglienza editoriale. Nonostante la tematica fantascientifica, nei racconti c’è sempre spazio per le riflessioni che contraddistinguono la scrittura leviana. In questo caso l’autore segnala i pericoli delle mostruosità e degli errori della scienza, tornando anche sull’esperienza dei campi di concentramento: Auschwitz è stato il più grande errore, originato da una concezione scientifica e razionale dello sterminio. Ma anche dopo Auschwitz la situazione non cambia: la scienza genera i più grandi errori/orrori dell’umanità e le bombe atomiche sganciate sul Giappone ne sono state la dimostrazione lampante.

Il ’71 è l’anno di Vizio di forma, pubblicato col vero nome di Levi.
Nel ’75 viene pubblicato Il sistema periodico, romanzo sperimentale in cui Levi, attraverso gli argomenti della chimica narra la sua esperienza biografica, sia del periodo del lager che di ciò che anticipa e che segue Auschwitz.

"Il lavoro rende liberi", Auschwitz
Nel ’78 viene pubblicato La chiave a stella in cui Levi per la prima volta inventa un personaggio; non si serve cioè di una figura che rimanda alla sua esperienza biografica, né la narrazione ricalca fatti realmente accaduti. Il protagonista del romanzo è un montatore di gru di cui vengono narrate le vicende. Grazie a questo espediente Levi riesce a condurre un’altra analisi antropologica: individua nel lavoro artigianale una risorsa etica positiva. La condizione migliore sarebbe cioè per Levi quella di poter fare il lavoro che piace e di poterlo fare in libertà, una condizione che il lavoro artigianale può davvero assicurare. Anche questo concetto deriva dall’esperienza del lager, in particolare dalla concezione del lavoro esplicitata sarcasticamente e brutalmente nell’insegna che accoglieva i deportati nel campo: arbeit macht frei, il lavoro rende liberi.

Nell’82 viene pubblicato Se non ora quando, quello che è considerato il suo primo, autentico romanzo. L’opera nasce dall’esigenza di intervenire nella polemica scoppiata sul finire degli anni ’70 intorno alla vulgata dell’ebreo sottomesso e rassegnato, incapace di reagire allo sterminio perpetrato dai nazisti, riportando alla luce eventi realmente accaduti, fatti inequivocabilmente certi, trascurati o ignorati dalla storiografia ufficiale. Ecco allora la necessità di scrivere di una banda partigiana ebrea, errante per l’Europa contro gli aguzzini nazisti. Così scrive lo stesso Levi a proposito della genesi dell'opera:
«Questo libro è nato da quanto mi ha raccontato molti anni fa un mio amico, che a Milano, nell’estate del 1945, aveva prestato la sua opera nell’ufficio di assistenza delineato nell’ultimo capitolo. In quel periodo, insieme con una fiumana di rimpatriati e di profughi, arrivarono realmente in Italia alcune bande simili a quella che mi sono proposto di descrivere: uomini e donne che anni di sofferenze avevano induriti ma non umiliati, superstiti di una civiltà (poco nota in Italia) che il nazismo aveva distrutto fin dalle radici, stremati ma consapevoli della loro dignità. Non mi sono prefisso di scrivere una storia vera, bensì di ricostruire l’itinerario, plausibile ma immaginario, di una di queste bande. In massima parte, i fatti che ho descritti sono realmente avvenuti, anche se non sempre nei luoghi e nei tempi che ho loro assegnati. È vero che partigiani ebrei hanno combattuto contro i tedeschi, quasi sempre in condizioni disperate, ora incorporati in bande più o meno regolari sovietiche o polacche, ora in formazioni costituite solo da ebrei. […] Poiché ho dovuto ricostruire un tempo, uno scenario e un linguaggio che ho conosciuti solo di striscio, ho fatto ampio ricorso a documenti, e mi è stata preziosa la consultazione di molti libri.» (nota a Se non ora quando? in Opere II, Torino, Einaudi, pp. 511-512)

Levi a un convegno
È evidente come tutte le opere fin qui citate abbiano fatto sempre i conti con il passato di Levi. Un passato non solo suo, ma che accomuna tutti i sopravvissuti, al di là degli immancabili dettagli personali giocoforza diversi. In queste opere l’esperienza autobiografica non è narrata facendo leva su sentimenti di vittimismo, né per ricevere chissà quali riconoscimenti in chiave agiografica o monumentale. L’intento di Levi è di capire ciò che la Shoah è stata, cosa ha rappresentato e cosa ancora rappresenta nel tempo presente. La concezione leviana della memoria è facilmente capibile raccontando un aneddoto. In un’intervista gli venne chiesto quale rapporto ci fosse tra Auschwitz e Dio. La risposta di Primo Levi fu «Se c’è Auschwitz, non c’è Dio». L’utilizzo del tempo presente nelle risposta leviana, a distanza di anni dallo smantellamento dei lager, fa capire come per Levi il passato non è mai memoria ferma, qualcosa che ci si è lasciati alle spalle. È qualcosa con cui ogni giorno quotidianamente bisogna fare i conti per poter aprire vie migliori per il futuro. Levi è stato anche molto attivo in qualità di testimone: è spesso stato presente nelle scuole, a raccontare alle giovani generazioni la sua terrificante esperienza. Ed è proprio grazie a questi incontri che si accorge che c’è qualcosa che non va nell’uso della memoria legata ai sopravvissuti. Essi vengono trattati da eroi. Sono i primi segnali dell’abuso della memoria. Segnali che provengono anche dalle prima manifestazioni aperte tra gli storici dei negazionisti, capeggiati dal francese Faurisson. Il quadro che Levi si trova davanti è una vera e propria situazione di sconoscenza, come lui stesso la definisce.

Il 1986 è l’anno di pubblicazione di una raccolta di saggi: I sommersi e i salvati. L’opera è dedicata alla comprensione della memoria della Shoah e in essa è possibile trovare molti elementi nuovi di indagine utile per la comprensione storica. Uno di questi elementi è il concetto di zona grigia, che qui fa la sua comparsa per la prima volta. La zona grigia è quella parte che sta tra le SS e le vittime, cioè quei prigionieri che riescono a ottenere dei benefici nei lager al prezzo di una sottomissione lavorativa ai nazisti. I kapò, i sonderkommando e le altre categorie appartenenti alla zona grigia costituiscono la parte oscura dell’umanità, capace di venire a patti col diavolo e prender parte alla carneficina, pur di sopravvivere o di riuscire ad avere un infinitesimo di privilegio capace di far condurre una parvenza di vita normale in quelle vere e proprie bolge infernali che erano i lager nazisti. La zona grigia, con l’intuizione di Levi, diventa una categoria storica utilizzata nelle analisi storiografiche. I sommersi e i salvati risulta così essere un libro cupo che racchiude una duplice natura. Da una parta un lato diurno nel suo avere valore di testimonianza e che si esplicita nelle parti contraddistinte da quella modalità di scrittura semplice spesso usata da Levi. Dall’altra un lato notturno, più complicato e combattuto, che emerge soprattutto nei finali dei saggi, così come lo era il finale de La tregua, aperto dalla sveglia del lager: un incubo, quello di essere nuovamente nel lager, pur restando nella tranquillità della sua casa torinese.

La mappa in Se non ora quando?
Dal punto di vista dell’analisi letteraria, molto importante nelle opere di Levi è il paratesto. I titoli dei capitoli ne sono un esempio. La mappa, datata 1939, contenuta in Se questo è un uomo e in Se non ora quando ne sono un altro esempio. Così come lo sono anche le appendici che mostrano il metodo di lavoro leviano e sono costituite quasi sempre da una bibliografia e da un elenco delle fonti consultate, come per la questione dello yiddish in Se non ora quando. Questi elementi ancorano l’opera alla realtà, mostrandone i riferimenti fattivi, e ne mantengono sempre vivo il filtro della distanza. Quindi, racconti sì, ma grazie al paratesto viene ricondotto tutto alla dimensione storica e memoriale, che non bisogna mai tralasciare. La scrittura di Levi è quindi un laboratorio in cui il narratore puro si avvale del metodo dello storico partorendo un romanzo ibrido contrassegnato dalla veridicità degli eventi narrati e scritti.

Alcuni aspetti di Se non ora quando possono chiarire meglio questo concetto di romanzo storico ibrido. La letterarietà di quest’opera consiste particolarmente nell’intreccio, ossia l’azione narrata, nella ricorrenza di alcuni simboli (il cammino, il passaggio, l’orologio) e nei tratti picareschi e avventurosi che avvolgono la vicenda. Questi elementi si confrontano e confondono con altri. La dimensione linguistica, giusto per citarne uno. Nel romanzo leviano sono rappresentati alcuni personaggi che parlano yiddish. Essendo una lingua scomparsa con la morte delle persone che la parlavano, si presenta un interrogativo di tipo storico su questa particolare idioma, sia nella sua comprensione che nella sua riproposizione. L’espediente cui Levi ricorre sono le forme dialettali italiane per riprodurre l’yiddish –seppur nelle loro accezioni di italiano standard-. Così Levi a proposito dell’espediente linguistico: 
«Ho studiato un po’ di grammatica e di lessico yiddish, perché è difficile riprodurre un ambiente sociale e far parlare personaggi di cui non si conosca la lingua […]: dovevo dare al lettore l’impressione che i dialoghi fra i miei personaggi, ovviamente in italiano standard, fossero tradotti dal yiddish, lingua che io conosco male e che il lettore italiano non conosce affatto. Se il problema sia stato risolto, non so: il giudizio spetta a quei lettori eventuali che il yiddish lo conoscono davvero.» (Primo Levi, Itinerario di uno scrittore ebreo (1982), in ID., Pagine sparse 1981-1987, Opere II, Torino, Einaudi, pag. 1227).
La questione linguistica era presente anche ne La chiave a stella, in cui veniva riprodotta la lingua di un operaio specializzato col ricorso all’italiano popolareggiante, quindi tramite un’invenzione che tuttavia riproduce la verità. Al di là dei risultati raggiunti, l’elemento da sottolineare è il fatto che Levi nell’atto di scrivere si sia posto un problema di tipo storico. E che abbia reso partecipi, col paratesto, anche i lettori di questa riflessione storiografica.

Discorso simile vale anche per i titoli. In Se non ora quando Levi usa dei titoli cronachistici, come se l’opera fosse un diario, riecheggiando in questo modo anche la fonte principale che lo aveva ispirato, proprio un diario delle bande partigiane ebree. Grazie al taglio cronachistico dei titoli, nonché alla mappa che visualizza il cammino compiuto dalle bande partigiane protagoniste dell’opera, l’autore torinese cerca un contrappeso ai rischi dell’invenzione, ancorando il tutto alla dimensione geografica e storica reale. È in questo modo che il paratesto concorre a definire la natura ibrida del romanzo.

Ultima nota sul finale. Anche in quest’opera il finale è sospeso. La pagina del giornale che annuncia il bombardamento atomico di Hiroshima gela lo sguardo sul futuro e fuga qualsiasi rappresentazione di happy-end:
«Si avvicinò anche Mendel, e riuscì a vedere che il giornale, costituito da un solo foglio, portava un titolo in corpo molto grande, di cui non capì il significato. Quel giornale era del martedì 7 agosto 1945, e recava la notizia della prima bomba atomica lanciata su Hiroshima.» pag. 510.

Nel prossimo post un altro autore che ha fatto i conti con l'uso letterario della memoria: Luigi Meneghello. 

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