giovedì 15 settembre 2011

Usi e abusi della memoria: Luigi Meneghello

Nuovo appuntamento con la serie dedicata al corso di sociologia della letteratura, stavolta dedicato a Luigi Meneghello.

Meneghello nasce a Malo, paesino in provincia di Vicenza, nel 1922 e vive la propria infanzia sotto le costrizioni del regime fascista. Durante l’armistizio dell’8 settembre -e lo sbandamento generale conseguente- decide di unirsi agli altri intellettuali che formano le bande partigiane, entrando a far parte delle brigate di orientamento liberale facenti capo al Partito D’Azione. 
Nel ’47 decide di lasciare l’Italia, vivendo un processo interiore definibile come dispatrio, titolo anche di una sua opera in cui viene narrato il viaggio che dall’Italia lo porta a insediarsi nel Regno Unito.
L’esordio letterario di Meneghello arriva tardi, nel ’63, con la pubblicazione di Libera nos a malo, opera dedicata al suo paese d’origine e con un titolo adottato in chiave ironica.

Anche Meneghello, dal punto di vista letterario, è uno scrittore legato alle dinamiche della formazione/narrazione della memoria e del suo abuso, soprattutto per quel che riguarda la genesi e la stesura di uno dei suoi romanzi più importanti: I piccoli maestri. In generale, secondo quanto affermato dallo stesso scrittore vicentino, ci sono memorie, origini ed esperienze dirette da trasformare in scrittura; una scrittura ironica, caratterizzata da una leggerezza antiretorica di stampo anglosassone. Dal punto di vista linguistico, al contrario di altri scrittori, Meneghello non ha mai usato una lingua media, ma ha contaminato diversi registri e stili linguistici, approdando a un vero e proprio plurilinguismo, caratterizzato da un italiano misto al dialetto veneto, riproposto quasi puramente.
I piccoli maestri viene pubblicato nel ’64. La sua stesura inizia negli anni ’50, per blocchi tematici, a volte inversi, usando come lingua di riferimento l’inglese; insomma, un vero e proprio lavoro di cantiere letterario. A testimonianza di ciò, nel ’76 ne esce un rifacimento, con aggiunte e piccole variazioni.
Come per Levi, anche Meneghello si interessa della Shoah, ma per motivi di origine nettamente diversi. Primo perché sposa una sopravvissuta: Katia Bleier, ebrea jugoslava di lingua ungherese internata nel campo di Auschwitz nel '44. Secondo perché recensisce un libro di uno storico tedesco sullo sterminio degli ebrei.

Ne I piccoli maestri, l’intento dell’autore è di scrivere una storia vera su una parte della Resistenza italiana: quella veneta. Nel romanzo è presente sia la dimensione storica che quella dell’interpretazione degli eventi. La prima per preservare la memoria di ciò che è accaduto, la seconda piegando il compito originario della letteratura. Alla fine il romanzo risulta essere costruito a tesi, di cui la principale è consegnare al pubblico italiano un’immagine antiretorica della Resistenza. Un’immagine sì di ricchezza, ma anche di imperfezione, per far fronte all’uso retorico ormai imperante. In proposito così scrive Meneghello:
«I piccoli maestri è stato scritto con un esplicito proposito civile e culturale: volevo esprimere un modo di vedere la Resistenza assai diverso da quello divulgato, e cioè in chiave antiretorica e antieroica. Sono convinto che solo così si può rendere piena giustizia agli aspetti più originali e più interessanti di ciò che è accaduto in quegli anni.» (Nota a I piccoli maestri, Milano, Mondadori, 1986, pag. 265)

Meneghello con la moglie Katia
Per l’autore vicentino è possibile rispettare questa dimensione antiretorica perché gli eventi narrati sono autobiografici e scritti mantenendo sempre vivo il filtro della distanza dal narrato. In questo modo Meneghello getta uno sguardo critico anche agli effetti degli eventi passati sul presente. La dimensione plurilinguistica è presente anche ne I piccoli maestri, utilizzata per riprodurre fedelmente sia la varietà composita e conflittuale del popolo della Resistenza che la ricchezza sociale in essa vigente. Forte anche la presenza di una spinta sul pedale del picaresco, ricorrendo a citazioni nelle strategie narrative dei romanzi di formazione che dal settecento inglese e dall’America di Mark Twain arrivano fino a Catcher in the rye di Salinger. La presenza del picaresco evidenzia la logica sottesa al concetto che guida i partigiani della Resistenza: non l’eroismo, ma l’empirismo. Provare le cose, andare avanti per tentativi ed errori. Con questa scelta Meneghello sottolinea il disordine, il caos che avvolge le azioni delle bande partigiane e propone antiretoricamente la vera storia dei partigiani fatta non da grandi gesti, ma da piccoli e continui errori.
«La cosa anziché allarmarmi mi esaltava: c’è una società da smontare, pensavo, e forse questa è la volta buona. [… ] Perché non c’è stato, nonostante la spinta iniziale, un grande moto popolare? Perché non abbiamo tentato esplicitamente di crearlo? La verità è che non avevamo capito la possibilità della situazione: nell’euforia attivista dei primi mesi, quel senso di essere portati da un’onda, raramente ci si era fermati a domandarsi: ma che cosa succede realmente? Come si inquadra tutto questo nella storia italiana? Cosa si deve fare, ora, a parte farsi portare dall’onda? […] Se c’è un comitato nell’aldilà, che giudica e registra i meriti patriottici, questa non ce la perdoneranno mai. Naturalmente ci avrebbero presto sterminati, almeno la prima infornata, e poi anche la seconda e la terza. Ma almeno l’Italia avrebbe provato il gusto di ciò che deve voler dire rinnovarsi a fondo, e le nostre lapidi sarebbero oggi onorate da una nazione veramente migliore.» (I piccoli maestri, pp. 30, 40-41)
Nel romanzo è forte anche la presenza dell’umorismo e dell’ironia, nonché una duplice natura che lo rende un’opera impura e strabica. Da una parte c’è il tentativo di Meneghello di recuperare con la memoria tutto ciò che era stato vissuto -la forza memoriale quindi- dall’altra la dimensione saggistica che avvolge la narrazione. Perciò, in maniera simile a Se non ora quando di Levi, ne I piccoli maestri convivono la dimensione saggistica insieme a quella narrativa.

Nel prossimo post l'uso/abuso della memoria all'interno dell'ambito visuale, con un occhio di riguardo agli archivi della Shoah. 

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