venerdì 14 ottobre 2011

I PESCI, una favola di Salvatore Paolo

Devo ammettere, se questo può consolarmi della mia disgrazia, che prima o poi ci sarei capitato ugualmente, anche senza la mia imprudenza. Dicono infatti che il destino del pesce sia di essere preso all'amo.
Sta di fatto comunque che questa volta l'ho voluto io, e perciò mi trovo su questo tavolo di mercato, in preda a un'agonia che solo il pesce conosce.
I miei compagni mi avevano avvertito: «Stai attento che ci rimani.»
E lo sapevo anch'io che il pericolo c'era, siccome altri prima di me ci erano rimasti; ma forse è proprio di ogni pesce, prima di esser preso, d'immaginare che tale sorte non sia destinata a sé. Ora ho capito che bisogna capitarci per cambiare opinione. D'altra parte, come poteva apparirmi reale un pericolo che mi si presentava attraverso un velo d'acqua? Sempre così avevo conosciuto il volto del pescatore: un volto strano, curioso, che ora appariva e ora spariva, ora era grosso e spaventoso e ora piccolo e ridicolo da poterci giocare come con una palla. Spesso gli ho fatto anche le boccacce quando mi osservava più da vicino. Mi osservava così da vicino che sembrava non riuscisse a vedermi. Io invece sapevo che mi vedeva e giocava d'astuzia. Bastava infatti che mi nascondessi perché spostasse l'amo. Ma quella sua astuzia mi affascinava e mi provocava insieme, sì che mi era difficile staccarmene.
Io conoscevo l'amo sin da piccolo, perché gli ero stato sempre vicino e avevo preso confidenza con lui. Pensavo che quando un pesce ne ha fatto la conoscenza, esso diventa più innocuo. Alla fine mi convinsi che per me lo era ormai del tutto; e in questo non mi sbagliavo, perché sapevo perfino com'era fatto e distinguevo ciascuna sua parte, e dove potevo tranquillamente addentarlo e dove no. Forse non ci sarei mai capitato se mi fossi occupato solo di lui.
Ma il vero oggetto della mia curiosità non era l'amo, ma il pescatore. Era questo che io cercavo di conoscere nella sua realtà; sennonché, a misura che i miei sforzi aumentavano, egli mi sfuggiva sempre di più. Rubargli l'esca e lasciargli l'amo era diventato per me un gioco da pesciolini, ma quel che più mi premeva era di vedere ogni volta la faccia che egli faceva. Pensavo alla sua delusione, al suo disappunto, alla sua stizza e non stavo nelle mie squame per la contentezza. Per spaventosa che mi apparisse a volte la sua faccia, io non ne avevo mai paura. Più che impaurirmi essa mi divertiva.
Oggi non c'era niente di diverso dagli altri giorni. Il mare era bello, calmo, splendeva il sole. Io tornavo giusto da una passeggiata nel fondo marino e avevo gli occhi pieni d'immagini incantevoli.
Mi hanno visto i miei compagni e hanno indovinato il mio desiderio.
«Tu vuoi andare all'amo» hanno detto.
Io non ho negato né confermato, ho solo aperto le squame e le ho agitate in segno di allegria. Poi ho detto:
«Chi viene con me?» ben sapendo com'essi, sempre presi dalla paura, si sarebbero tenuti lontani.
Uno è tornato a ripetermi: «Stai attento che ci rimani», ma io mi ero già mosso in cerca dell'amo.
Mi preparavo a spezzare il filo. Se ci fossi riuscito, questa volta avrei fatto la più grossa beffa al pescatore.
Avevo visto altri pesci che ci erano riusciti, sia pure con l'amo conficcato in bocca, ma a me non era una puntura d'amo che potesse farmi impressione. Così l'ho raggiunto e gli ho girato attorno.
L'esca era molto invitante, se fossi stato meno esperto ci sarei cascato subito, ma non mi sono lasciato prendere per la gola e mi son messo a guardare il pescatore. Questi, appena mi ha visto, ha guardato a sua volta me. Ci osservavamo a vicenda come due che si ammiccassero. La sua faccia incombeva talmente su di me ch'era evidente che mi aveva riconosciuto. Perciò mi son detto: "Il gioco diventa serio", ed è stato questo un motivo di più per sentirmi attratto. Gli ho fatto per due volte le boccacce, alla terza mi son tirato indietro. Mi pareva che il pescatore m'invitasse ad abboccare, ma non so dire il modo: un modo comunque di cui mi dura ancora il ribrezzo. Mi dicevo: "Mi vuole. Guarda come mi chiama!", ed era come se in quel momento lo volessi anch'io. Mi chiedevo perché mai dovessi volerlo, mentre quella faccia mi si faceva sempre più sotto e mi attirava con la sua fissità. Che fosse entrata nell'acqua? Ma io sapevo che essa era fuori. Pensavo: "Adesso abbocco", e non ne ricevevo alcuno spavento, sembrandomi la cosa come lo sbocco naturale della mia avventura. All'improvviso lo sguardo del pescatore è stato così violento che mi sono sentito prendere.
Ho reagito furiosamente contro la mia imprevidenza, ma il dolore mi trafiggeva il cervello. Il sole mi ha abbagliato e son rimasto nudo, come se mi avessero squamato. Sospeso a un filo, fuori dell'acqua, mi dibattevo, tremavo, urlavo a tutta gola, ma la mia voce restava chiusa dentro di me: io solo mi ascoltavo. Quando mi son trovato a contatto col pescatore, ho rabbrividito. Allora l'ho implorato: «Uccidimi, uccidimi, sbattimi per terra», ma egli non mi ha sentito, non mi ha sbattuto, non mi ha ucciso e mi ha buttato in mezzo a un mucchio di altri pesci, morti o morenti, a morir da me.
Ancora non sono morto. Su questo freddo tavolo di mercato sul quale giaccio da un pezzo, la morte mi trascura come il pescatore, mi tiene per la gola e non mi uccide. Ma peggio di tutto è essere venduto, vedermi ballare innanzi agli occhi ombre mostruose che mi sollevano, mi contrattano, mi lodano perché sono vivo. E ho conosciuto bellezze di fondi marini che nemmeno adesso non riesco a dimenticare! Perché non sono rimasto laggiù? Io non avevo immaginato una morte così orribile: essa mi resterà negli occhi.

Questa favola è tratta dalla raccolta di Salvatore Paolo "I millepiedi e altri animali" (Calcangeli, Galatina, 2010, pagg. 85-88). Data la brevità, ci sembrava utile proporla prima di addentrarci, col prossimo post, nell'esperienza letteraria di questo scrittore salentino.

venerdì 7 ottobre 2011

L'identità culturale del sud e l'esperienza de "I libri del tempo" di Laterza

Siamo arrivati all'ultima serie di sociologia della letteratura, dedicata alle esperienze editoriali e letterarie del sud Italia. Il primo post riguarda la casa editrice barese Laterza, con un occhio di riguardo verso la collana I libri del tempo, in cui può essere ricercata, operando una scansione temporale, l'identità culturale del meridione italiano.

Vito Laterza
L’editoria libraria del Sud ha vissuto, nel passato recente, un forte periodo di fermento culturale, ispirato e favorito soprattutto dall’esperienza editoriale della casa Laterza.
Padre ispiratore di Laterza è Benedetto Croce il cui progetto culturale ha effetti profondi sulle politiche della casa editrice barese. L’impostazione crociana si riflette nelle collane di saggistica che, nel periodo in cui opera il filosofo, raccolgono i più importanti saggi della letteratura italiana del tempo. Tuttavia è un’esperienza di saggistica chiusa, dato che Croce respinge le nuove discipline che in quegli anni cominciano a svilupparsi in ambito accademico e intellettuale.

La morte di Benedetto Croce, avvenuta nel 1952, vede la contemporanea nascita della collana editoriale de I libri del tempo, fortemente voluta da Vito Laterza, in cui viene scartata l’eredità culturale crociana e si comincia a strizzare l’occhio verso la società italiana, in rapido mutamento. Punto fondamentale de I libri del tempo è l’abbandono dell’impostazione saggistica a favore del genere dell’inchiesta ibrida, in cui si mescolano cioè saggio giornalistico e intreccio narrativo. Le opere di questa collana possono essere considerate come elementi di una cartografia meridionale. Ne sono esempi Contadini del Sud (1954) e L’uva puttanella (1955) di Rocco Scotellaro, in cui vengono narrate le condizioni di vita dei contadini della Basilicata; Banditi a Partinico (1955) di Danilo Dolci, ambientato in Sicilia; le opere di Tommaso Fiore in cui protagonista è la Puglia, in particolare Un popolo di formiche (1951); l’esordio di Sciascia con Le parrocchie di Regalpetra (1956), nome fittizio che lo scrittore siciliano usa per indicare Racalmuto, suo paese d’origine, e Morte dell’inquisitore (1964). Tutte opere aventi in comune l’intento di denuncia delle condizioni in cui versava l’Italia meridionale in quegli anni. Ma non solo del meridione trattavano I libri del tempo. Carlo Cassola e Luciano Bianciardi pubblicano per Laterza I minatori della Maremma (1956) inchiesta sulle comunità di minatori del grossetano; Anna Maria Ortese e Edio Vallini alcune inchieste sulle condizioni di vita nei nuovi sobborghi industriali nati nella periferia di Milano: Silenzio a Milano (1958), la prima, Operai del Nord (1957) il secondo.

Contadini del Sud di Rocco Scotellaro
Da notare che tutte queste opere, accomunate da forti intenti di denuncia, sono pubblicate negli anni ’50 e ’60, gli anni definiti da Pasolini il nuovo corso della storia, in cui inizia a formarsi l’ideologia dei consumi generati dal boom economico. Dal punto di vista editoriale il panorama è dinamico e conflittuale. I libri del tempo recitano un ruolo importante perché produce racconti come quelli di Sciascia e Scotellaro in cui emerge la tenuta narrativa e la ricchezza stilistica. Grazie a questa collana Laterza entra nella riflessione sull’identità meridionale, i cui riflessi, nella sua mutazione antropologica, coinvolgono le province meridionali inserite in una società in bilico tra consumi e modernità che avanza, con la perdita della dimensione arcaica che da tempo caratterizzava la provincia meridionale. Il meridione diventa terra di frontiera: cambia reagendo al progresso in maniera pessimistica, cercando di raccogliere il patrimonio della cultura contadina che da lì a poco viene praticamente sotterrata (per essere poi recuperata sulla base di specifiche strategie di marketing culturale). In questo processo, le opere degli autori della collana laterziana rientrano nei processi di costruzione del capitale simbolico, investito in quegli anni da un attivismo meridionalistico. Nascono una serie di riviste, comincia l’attività di gruppi intellettuali, in ambito politico si producono convegni sul meridionalismo in cui i partiti non mancano di contrapporsi. Il 1956 diventa un anno cruciale. Vengono denunciati gli orrori staliniani, con effetti profondi anche nella realtà politica italiana. Escono i lavori di Ernesto De Martino, derivanti dalle spedizioni cui partecipano etnologi, linguisti, musicologi, videomaker, ecc. Vengono prodotti i documentari sul Sud girati da Vittorio De Seta, Lino Delfra, Gianfranco Mingozzi e Cecilia Mangini. Di quest’ultima vale la pena ricordare Stendalì (1961) con testi curati da Pier Paolo Pasolini.

Stendalì di Cecilia Mangini

Quest’età d’oro del discorso meridionalistico dura però poco. Già negli anni ’60 si avvia un processo di normalizzazione di questo clima culturale, in cui il Sud, che nel frattempo è già cambiato, non viene più indagato. Laterza manda alle stampe sempre meno inchieste, tornando pian piano alla dimensione saggistica originaria. Ma è anche l’intera vita editoriale italiana a cambiare in quegli anni. Le piccole e medie case editrici rischiano di sparire a causa degli accordi monopolistici dei grandi gruppi editoriali che assorbono piccoli e medi editori. Mondadori è una delle monopolizzatrici. Tuttavia, di fronte a questo scenario di mercato Laterza non vuol perdere la sua autonomia. Si oppone alla logica dell’apparato, cercando di entrare lo stesso sul mercato nazionale. Per far questo è però costretta a scendere a compromessi, sacrificando le opere ibride a favore della saggistica. Si apre così al mercato di massa, dando origine alla collana di tascabili Universale Laterza.

Franco Cassano
I libri del tempo continuano ad essere pubblicati, ma senza le opere ibride che l’avevano contraddistinta in passato, tornando alla dimensione saggistica. Gli anni ’70 sono quelli che segnano il divorzio definitivo tra la casa editrice barese e Sciascia; sono gli anni per Pasolini contraddistinti da uno sviluppo senza progressodisoccupazione giovanile e di quella intellettuale al Sud non viene certo risolto.

Gli anni ’80 vedono Laterza spostare il suo centro amministrativo e di progettazione editoriale da Bari a Roma. Sono anche gli anni in cui nasce la cosiddetta école barisienne, la scuola barese la cui forte dinamica generazionale è volta a rinnovare i canoni del meridionalismo classico. In conflitto di posizione con il PCI, tra gli appartenenti alla scuola barese emerge Franco Cassano, ideatore del Pensiero meridiano, pubblicato da Laterza, che rivendica l’apertura all’intellettualismo locale.  Dall’identità meridionale si passa all’identità meridiana, concetto comprensivo non solo del sud Italia ma di gran parte dell’area mediterranea, in cui Laterza non occupa più come in passato un ruolo principe dell’attivismo culturale, ma diventa uno dei tanti segmenti del nuovo attivismo meridionalistico. 
Si apre una nuova era, abbastanza fiorente a livello di mercato per l’editoria locale, in un’ottica di allargamento dell’area editoriale del Sud, nonché di rafforzamento delle realtà locali. Nascono così nuove case editrici: Sellerio e :duepunti in Sicilia, L’Ancora del Mediterraneo in Campania, mentre in Puglia è possibile individuare 2 aree specifiche. La prima comprende l’editoria barese, legata ancora all’influenza di Laterza e specializzata in produzioni scolastiche, accademiche e saggistiche; la seconda comprende invece l’area salentina, che va oltre la dimensione saggistica. Ne fanno parte Manni, che si occupa di narrativa e poesia e ha anche una sua rivista diffusa a livello nazionale (L’immaginazione), Kurumuny, Besa e Lupo. Queste realtà editoriali si inseriscono tutte nell’ambito della nuova identità meridiana, producendo nuovi studi sulle realtà meridionali (anzi, meridiane) oltrepassando il concetto di ristampa dei classici del meridionalismo. Legato al concetto di meridiano la scelta editoriale di BESA che accoglie romanze e scritture dei Balcani, puntando così su un Sud inteso in un’accezione geo-letteraria più ampia.

All’interno di un panorama editoriale ormai altamente composito, Laterza decide nel 2000 di tornare al modulo ibrido, editando la collana Contromano. Essa si caratterizza, oltre che per una grafica vivace e ricca, nella scelta di pubblicare nuovi scrittori le cui opere sono in equilibrio tra il reportage narrativo e la denuncia civile. Giusto per fare due nomi, tra gli scrittori pubblicati in Contromano ci sono Giorgio Vasta, autore di Spaesamento, e Mario Desiati, originario di Martina Franca e autore di Foto di classe - U uagnon se n'asciot e Ternitti.

Nel prossimo post verrà approfondita la figura e l'esperienza letteraria di uno dei grandi scrittori salentini: Salvatore Paolo.