lunedì 26 marzo 2012

PIKA-DON (ピカドン) di Kinoshita Renzo: memorie animate della bomba atomica

Il fungo atomico generato a
Hiroshima da Little Boy.
Foto tratta dagli U.S.
National Archives
Il sottotitolo di questo post sarebbe benissimamente potuto essere “bomba atomica: questa sconosciuta”, oppure “bombache?” a testimonianza di una semplicissima domanda: quale conoscenza hanno le nuove generazioni di questa devastante arma annichilatrice? Ma anche: la percezione comune da parte di chi ha vissuto la tragedia in prima persona può influenzare lo spirito anti-bellicista dell’opinione pubblica e della gente in genere? Domande a cui non si possono fornire risposte –non in questa sede almeno- ma che meriterebbero un’analisi più accurata. Non bisogna dimenticare che in passato molte nazioni hanno cercato di dotarsi di armamenti nucleari, non solo durante la Guerra Fredda, e che attualmente sono nove i paesi in possesso di armi atomiche, paesi capaci di scatenare ipoteticamente un olocausto nucleare nel limitatissimo spazio di tempo che separa la sera dalla mattina successiva. Wikipedia come al solito ci viene in aiuto con una pagina che elenca dettagliatamente gli stati dotati di armi nucleari.

Ma affrontare la questione in termini quantitativi non cambia di una virgola la percezione comune perché il rischio nucleare è un rischio invisibile e di regola impercettibile. Lo è nel caso delle centrali nucleari, i cui effetti devastanti sull’ambiente e sulle persone si manifestano tramite il killer immateriale della radioattività che provoca tumori e leucemie nelle popolazioni delle zone limitrofe agli impianti energetici –lo certifica uno studio ufficiale del governo tedesco affidato al Bundesamtes fur Strahlenschutz (BfS), l’Ufficio Federale per la Protezione dalle Radiazioni- e distrugge l’ecosistema naturale con conseguenze a lungo termine il cui rischio è avvertibile già a partire dalla scottante questione legata allo smaltimento delle scorie. E questo senza tener conto della distruzione provocata da fallout e sindromi cinesi varie: Fukushima Dai-ichi insegna, impressa a fuoco nella memoria collettiva a poco più di un anno di distanza.
Le rovine del centro di Hiroshima in una foto a colori
scattata nell'autunno del 1945.
Fonte: U.S. National Archives
Ma il rischio nucleare è invisibile anche e soprattutto per la questione degli armamenti. Lo è sempre stato nei paesi occidentali che non hanno mai dovuto fare i conti con la follia della bomba atomica; sta tornando a diventare impercettibile anche in Giappone, l’unico paese al mondo che ha subìto il trauma della devastazione di due intere cittadine per mano nucleare americana. Il 6 agosto 1945 Hiroshima viene rasa al suolo da Little Boy, la prima bomba all’uranio sganciata nel centro della città dall’aereo statunitense Enola Gay; dopo soli tre giorni, il 9 agosto, il B-29 delle United States Army Air Forces denominato Bockscar lancia la bomba atomica Fat-Man sulla città portuale di Nagasaki, obiettivo alternativo rispetto a quello primariamente individuato nella città di Kokura, l’attuale Kitakyushu. Il bilancio delle vittime va al di là di qualsiasi previsione: complessivamente muoiono sul colpo intorno alle 120000 persone, mentre altre centinaia di migliaia sono destinate a perire per le conseguenze fisiche e ambientali del bombardamento.

Questo trauma collettivo ha portato il Giappone a diventare la prima nazione al mondo per intensità dell’opposizione al possesso di armi nucleari e ne ha fortemente segnato la cultura popolare impregnando per più di quarant’anni i suoi prodotti culturali dell’esperienza della bomba: dal cinema ai manga, dalla letteratura agli anime, praticamente fino agli anni ’90, quando gli hibakusha, le “persone esposte alla bomba”, cominciano a scomparire per motivi anagrafici. Venendo meno la testimonianza diretta degli hibakusha -un problema che si fa sentire anche in occidente per quanto riguarda i sopravissuti alla Shoah- non resta che affidarsi alla memoria portata avanti dalle opere culturali che nel corso degli anni hanno affrontato questa delicata pagina della storia nipponica. Dagli anni ’60 in poi gli echi della bomba sono presenti in tantissime produzioni animate, da Tezuka alle prime produzioni del duo artistico Takahata-Miyazaki – Conan il ragazzo del futuro (Mirai Shonen Conan, 1978) su tutti-, passando dalla fantascienza di Matsumoto, di Nagai, di Otomo e di Ishinomori.
Illustrazione a colori di Nakazawa Keiji per Gen di
Hiroshima
. Raffigura l'inferno di fiamme in cui è
sprofondata la cittadina giapponese
dopo il bombardamento
Lo stesso discorso vale per quanto riguarda i manga; il più rappresentativo è Gen di Hiroshima (Hadashi no Gen, 1973-’74) di Nakazawa Keiji, mangaka hibakusha che si serve del linguaggio fumettistico per raccontare realisticamente la propria esperienza nei giorni atomici di Hiroshima, da cui è stato tratto anche un omonimo film animato a opera dello studio d’animazione Madhouse e diretto nel 1983 da Masaki Mori. Altri esempi illustri e nobili incentrati sulla questione atomica provengono dal cinema live e comprendono più specificatamente due pellicole. La prima è Rapsodia in agosto (Hachigatsu no kyoshikyoku, 1991) di Kurosawa Akira, emblema del discorso generazionale dedicato alla conservazione della memoria legata alla distruzione atomica rappresentato tramite il rapporto tra l’anziana protagonista hibakusha, letteralmente ossessionata dal ricordo di quei giorni, e i suoi nipoti che per una questione anagrafica faticano a collocare antropologicamente l’esperienza della parente. La seconda è Pioggia nera (Kuroi ame, 1989) di Imamura Shohei, tratto dal romanzo omonimo di Masuji Ibuse pubblicato nel 1965, che sbatte in faccia allo spettatore l’orrore in cui è sprofondata Hiroshima il giorno del bombardamento e gli effetti che la pioggia nera, la pioggia radioattiva, ha provocato successivamente su chi ne è stato esposto.

Tra questi prodotti culturali si colloca anche un cortometraggio animato di un importante regista giapponese quasi sconosciuto in Italia. Si tratta di Pika-don di Kinoshita Renzo, realizzato nel 1978 e che costituisce la prima rappresentazione animata dell’attacco atomico a Hiroshima. Kinoshita, originario di Osaka, inizia la sua carriera nell’animazione in un piccolo studio produttivo, passando presto alla Mushi Pro, lo studio d’animazione fondato da Tezuka Osamu, dove lavora a Astroboy (Tetsuwan Atom, 1963-‘66),uno dei più rappresentativi anime tezukiani. Dopo l’esperienza alla Mushi Pro decide di staccarsi dalla produzione animata mainstream fondando nel 1967 il proprio studio d’animazione, lo Studio Lotus, specializzatosi presto in pellicole indipendenti.
Il ragazzo con l'aeroplanino di carta
Al gruppo di produzione della neonata compagnia si aggiunge nel 1969 Sayako, futura sposa di Kinoshita, che codirige tutte le future produzioni dello Studio Lotus. I lavori di Kinoshita sono di difficile reperibilità all’interno degli stessi confini nipponici, ma tra quelli arrivati in occidente attraverso il circuito specializzato dei festival bisogna menzionare almeno L’ultimo raid aereo - Kumagaya (Kumagaya - Saigo no kosho, 1993), Japanese (1977), una summa della storia del Giappone degli ultimi duecento anni, e Made in Japan (1972), parodia critica del Giappone del dopoguerra sottoposto al dominio americano. La tematica impegnata attraversa tutti i lavori di Kinoshita e si riversa interamente nello spirito che caratterizza il Festival Internazionale dell’Animazione di Hiroshima, fondato dallo stesso regista, e che si esplicita già a partire dal tema scelto per l’edizione del debutto avvenuto nel 1985“-Love & Peace”-, caratterizzandolo fin da subito come una manifestazione contro la guerra, contro le aggressioni e le violenze, fortemente schierata sul versante della tematica pacifista.




Su questa scia si colloca Pika-don, proiettato nella prima edizione del Festival di Hiroshima e su cui il giornalista Luca Raffaelli così si esprime: «Particolare emozione ha suscitato la visione di un vecchio film di Renzo Kinoshita, già vincitore di un premio speciale ad Annecy nel ’79. “Pica-don” racconta la tragedia della bomba atomica di Hiroshima attraverso una realistica ricostruzione della vita quotidiana della città nella data del 4 agosto 1945. L’esplosione avviene nella metà della mattina, e, nei disegni di Kinoshita, è un lampo bianco che toglie ogni colore e movimento. Dalle macerie delle case, dalle cose ridotte in poltiglia, escono pochi sopravvissuti, veri morti viventi, con gli occhi fuoriusciti dalle orbite e la pelle bruciata e a brandelli. Un bambino che stava per tirare in aria un aeroplanino di carta viene anche lui annientato dalla forza esplosiva: alla fine del film, dopo la rappresentazione della tragedia, l’aeroplanino viene finalmente lanciato e si libra sul mondo a simboleggiare la rinascita di una speranza. Di “Pica-don” in Giappone è stato stampato un libro che raccoglie, senza alcun commento, centinaia di fotogrammi.» (Comic Art n.15, ottobre 1985) Il lirismo delle iniziali scene quotidiane in cui è immersa la cittadina nipponica, accompagnate dal leit-motiv della minimalista melodia di pianoforte, lascia il passo all’orrore del bombardamento atomico, sinistramente annunciato dal rombo del motore degli aerei in volo di ricognizione e dalla nera sagoma dell’Enola Gay che si avvicina all’obbiettivo della cinepresa. Il tempo e lo spazio si azzerano nel bagliore che scolpisce in un’istantanea infinita gli abitanti di Hiroshima, seguita dal rumore sordo della liberazione della potenza esplosiva dell’arma atomica. Si tratta propriamente del fenomeno compreso nell’espressione pika-don che in Giappone è utilizzata comunemente per indicare la bomba atomica ma assegnandogli un significato empirico: la brillante luce bianca (pika) a cui segue il fortissimo rumore (don). A far da collegamento concettuale tra le iniziali scene quotidiane, lo scoppio di Little Boy e la ricostruzione del dopoguerra, l’aeroplanino di carta del ragazzino che attraversa l’Hiroshima che fu e quella post-atomica per arrivare nei giorni attuali portando con sé l’importantissimo compito di diffondere e tramandare l’aberrazione nucleare partorita dalla cattiveria del genere umano, capace di annientare la propria specie per questioni di potere e di supremazia mondiale. La ricostruzione degli interminabili momenti dell’attacco nucleare a Hiroshima, ripresa fedelmente anche dai successivi film Hadashi no Gen e Kuroi ame, è resa in maniera precisa e accurata, dagli edifici che collassano alle ustioni delle vittime, passando per la pioggia nera che penetra attraverso le finestre e disegna indelebili linee oscure sui muri interni delle abitazioni. La verosimiglianza della rappresentazione restituita in Pika-don è testimoniata anche da un’intervista rilasciata nel 1997 da Miyamoto Sadao, animatore e collega di Kinoshita durante il periodo trascorso alle dipendenze della Mushi Pro: «Sono nato a Hiroshima e nella mia infanzia ho vissuto in prima persona il bombardamento, guardando il fungo atomico seguito all’esplosione. A Renzo non ho mai raccontato che cosa ho visto e provato in quei giorni, eppure nel suo film tutto è rappresentato nell’esatta maniera in cui sono andate le cose: il bombardiere che ci sorvolava, il cielo azzurro, il fumo e la fuliggine che ci circondava dopo l’esplosione; sono rimasto sbalordito dalla verosimiglianza delle immagini prodotte da Renzo; corrispondono esattamente a ciò che ho realmente visto. Da perfetti colleghi animatori quali siamo, abbiamo sempre discusso dei progetti a cui lavoriamo e delle idee che vorremmo realizzare. Ma di questo film non abbiamo mai parlato. Se l’avessimo fatto avrei descritto tutto in maniera vivida e accurata perché un animatore deve essere abile a descrivere le cose in questo modo. Ma nonostante ciò Renzo è riuscito lo stesso a catturare autonomamente la realtà di quei giorni.» (L’intervista è realizzata da Harvey Deneroff per l’Animation World Magazine di febbraio 1997 ed è reperibile integralmente a quest’indirizzo).

Il bagliore conseguente alla detonazione della bomba atomica

Pika-don riesce a sintetizzare nei suoi 7 minuti scarsi l’orrore dell’attacco atomico a Hiroshima con piglio quasi documentaristico. Non c’è spazio per la retorica né per la partecipazione emotiva dello spettatore che non è portato a parteggiare per qualcuno in particolare. Ciò che il cortometraggio mostra tramite il filtro della visione storiografica, nello stesso modo in cui lo fa anche un altro splendido film pacifista come Una tomba per le lucciole (Hotaru no haka, 1988) di Takahato Isao, è soltanto la linea bianca che divide una vita pacifica e una devastata dalla guerra, o meglio distrutta da un’unica potentissima arma. Kinoshita non esprime giudizi, ma lascia agli spettatori l’onore e l’onere di trarre le proprie conclusioni da queste immagini. E di fronte a un capolavoro come Pika-don -che ci si augura venga presto recuperato in una degna edizione insieme agli altri lavori del regista nipponico- le conclusioni da trarre non possono che essere unanimi e universali nel rifiuto della logica bellicista e della corsa agli armamenti.

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