mercoledì 11 aprile 2012

La modernità infelice del Salento nella letteratura di Salvatore Paolo

Tornando alla serie di sociologia della letteratura iniziata tempo fa, si era anticipato la realizzazione degli ultimi post dedicati alle esperienze letterarie del sud Italia, partendo dalla figura di un grande scrittore salentino per molto tempo dimenticato e da poco fatto rientrare nell’empireo dei sommi letterati meridionali. Si sta parlando di Salvatore Paolo, di cui si è già proposto integralmente la breve favola de I pesci contenuta nella raccolta I millepiedi e gli altri animali.

Un tipico paesaggio rurale del Salento,
fonte di ispirazione per
l'ambientazione delle vicende nelle
opere di Salvatore Paolo
La letteratura salentina novecentesca degli anni del dopoguerra sembra mancare di figure letterarie capaci di oltrepassare i localistici confini regionali e di imporsi all’attenzione nazionale. Pochi i nomi da ricordare. Uno è quello di Girolamo Comi, barone di Lucugnano –paesino della provincia di Lecce- specializzatosi nel primo Novecento nel genere della poesia orfica-misteriosofica caratterizzata da richiami alle radici culturali e naturali del Salento; un altro è quello di Vittorio Bodini, poeta salentino, traduttore di letteratura spagnola –sua a esempio la traduzione del Don Chisciotte di Cervantes- e operatore culturale con collaborazioni a riviste come Vedetta Mediterranea, Letteratura e Esperienza Poetica. Autori entrambi accomunati dalla mancanza di riscontri favorevoli a livello nazionale. Ciò che sembra mancare a questa frangia territoriale di scrittori è la produzione di un genere letterario particolare, quello del romanzo. Mancano i romanzieri salentini, a differenza della categoria dei narratori che invece è sempre stata ben rappresentata nell’estremo meridione del tacco d’Italia. Ma la maggior parte di questi sono narratori dialettali che, per la ristretta area di lettura data dalla specificità della loro lingua, non si sono mai imposti all’attenzione nazionale. Solo una piccola percentuale di narratori si sono avvalsi dell’italiano corrente per raccontare le loro storie, ma col tempo sono caduti nell’oblio e solo ultimamente sono stati riscoperti da parte degli studiosi di settore e dalle case editrici locali. Quest’ultima tipologia di scrittori configura una letteratura provinciale che racchiude al suo interno il potenziale del legame territoriale. La loro forza è cioè il radicamento alla realtà sociale e antropologica del loro tempo e della loro terra, ma anche la capacità di aprire quest’attaccamento localistico al dialogo con la letteratura e la storia nazionale. Salvatore Paolo appartiene a questa schiera di figure letterarie. 

L'unica foto
reperibile in rete
dello scrittore
salentino
Scrittore nativo di Carmiano, paesino della provincia leccese, classe 1920, in Salvatore Paolo la scrittura meridionalista dialoga con una delle più grandi correnti letterarie del ‘900 italiano ed europeo: il Modernismo, movimento che percorre l’Europa nel primo trentennio novecentesco e che comprende al suo interno figure del calibro di Pirandello, Tozzi –entrambi riferimenti diretti di Paolo-, Svevo, Joyce, Proust, Musil e Kafka, quest’ultimo fonte di ispirazione privilegiata dello scrittore carmianense. Il legame alla propria realtà locale attraversa tutti gli scritti di Salvatore Paolo, tanto da poter parlare di una vera e propria “salentitudine” allo stesso modo in cui per Leonardo Sciascia si poteva parlare di “sicilitudine”. Un tratto che si manifesta anche nell’isolamento letterario –Paolo veniva definito il “solitario di Carmiano”- che lo allontana dal contesto letterario che lo circonda, ossia l’abuso del dialettismo letterario. Nonostante questi fattori culturali lo elevino al di sopra della produzione salentina coeva, Paolo viene quasi sempre rifiutato dagli editori che contatta per i suoi scritti. Anche se c’è da sottolineare il fatto che questi rifiuti, nei carteggi ritrovati dagli studiosi di settore, non sono mai dettati da questioni formali quanto dalla previsione dell’incapacità del pubblico a recepire gli scritti di Paolo; a dire in altri termini che le condizioni di mercato non sono ancora adatte a ricevere il materiale prodotto dallo scrittore carmianense. 

Nel corso della sua vita Salvatore Paolo ha visto la pubblicazione soltanto di due dei suoi scritti. Il primo è il romanzo Il canale, scritto tra il 1956 e il 1957 e uscito nel 1962 per i tipi della casa editrice milanese Nuova Accademia. È un romanzo d’esordio legato al neo-realismo e per questo proposto in ritardo, dato che il genere in quegli anni editorialmente è già in fase calante. «“Romanzo contadino”, come è stato definito, Il canale appare solo parzialmente imparentabile alla tradizione del realismo narrativo meridionale, o meridionalistico, che annovera l’esperienza fondante di Verga per giungere ai rami novecenteschi con le opere di Corrado Alvaro, Carlo Levi, Silone e Francesco Jovine. La vicenda è narrata in prima persona da un personaggio femminile e si incentra sulle sorti di una famiglia di caprai che vive chiusa nella realtà di un piccolo paese meridionale, tra lutti e disgrazie, sullo sfondo di un’entrata in guerra e dell’immediato dopoguerra italiano (non manca un riferimento all’occupazione delle terre dell’Arneo, di cui si occupò anche Bodini), fino al riscatto solo individuale della protagonista.» (Fabio Moliterni, Il vero che è passato. Scrittori e storia nel novecento italiano, Milella, Lecce, 2011, pagg. 348-349)
Copertina del romanzo
I Fibbia edito da
Calcangeli
Il secondo è I millepiedi e gli altri animali, pubblicato nel 1971 all’interno di una collana scolastica dell’editore Mursia. È una raccolta di favole che testimonia esemplarmente il sacrificio della qualità artistica delle sue opere che pur di essere pubblicate vengono collocate in maniera erronea. Il canale esce fuori tempo, I millepiedi è destinato alle pubblicazioni scolastiche. Nel periodo che passa tra queste due pubblicazioni, nel 1962, Paolo scrive I Fibbia, romanzo kafkiano in cui viene superata la formazione neorealista e pubblicato soltanto nel 2005. Le vicende sono ambientate nel solito paese salentino dove Don Gegè si trova implicato in storie provinciali di matrimoni osteggiati e trame ordite da oscuri clan familiari, i Fibbia che danno il titolo al romanzo. In quest’opera Paolo sperimenta una nuova cifra stilistica, innestando nella narrazione la rappresentazione dei drammi sociali tipici della vita di provincia, familismo amorale e convenzioni sociali su tutti. Nel fare ciò ricorre a figure letterarie e stili appartenenti al Modernismo, riprendendo quindi la figura dell’inetto, tipica delle narrazioni di Svevo, e alcune delle claustrofobiche e castranti sensazioni kafkiane, riverberandole all’interno dell’intreccio narrativo e caratterizzando in questo modo il clan dei Fibbia, famiglia dall’aura impalpabile e dotata di enorme potere decisionale all’interno del paese salentino teatro delle vicende narrate. Oltre al Modernismo nelle produzioni successive Paolo guarda anche al tema della “modernità infelice” –il pessimismo storico ed esistenziale che ha in Pirandello il suo cantore principale- e all’universo della scrittura breve. Pochi anni prima, nel ’56, erano state pubblicate per i tipi dell’Einaudi le Fiabe Italiane di Italo Calvino. Da qui lo scrittore di Carmiano trae l’utilizzo del racconto breve di stampo favolistico e dà vita a I millepiedi.

Con I millepiedi e gli altri animali Salvatore Paolo si richiama fin da subito all’operazione letteraria compiuta da Calvino, dando vita a una letteratura zoomorfa in cui regna un moralismo senza oggetto -ossia manca l’oggetto della lezione morale da sempre fine ultimo dei racconti favolistici- e la cui struttura narrativa è ricalcata su quella classica delle favole di Esopo e di Fedro. A esser pignoli la morale c’è, ma si trova soltanto nelle note finali dell’edizione scolastica del ’71, aggiunte appositamente per la funzione educativa mirata al pubblico infantile. La versione originale -quella stampata da poco a cura della casa editrice Calcangeli, detentrice dell’intero catalogo relativo alle opere di Paolo- presenta invece trentadue favole nei cui finali manca del tutto una via d’uscita morale positiva. Solo sette favole sono scritte in terza persona –le altre sono in soggettiva- ma in tutte emerge una vena elegiaca che sconfina facilmente nella riflessione sulla nullità e sulla relatività dell’esistente e sull’indifferenza della natura, tanto che a proposito dello scrittore carmianense si può propriamente parlare di neo-leopardismo minore a causa dell’ideologia negativa che permea la maggior parte di questi brevi racconti. L’adozione del modulo della favola incentrata sugli animali per Salvatore Paolo costituisce il modo migliore per variare e aggiornare la sua visione del mondo e gettare in questo modo uno sguardo particolare sulla condizione meridionale, tra passato e presente. Un intento che viene esplicitamente dichiarato dallo scrittore di Carmiano durante un carteggio tenuto con Nino Palumbo per la preparazione di un’antologia narrativa per conto di Laterza: «Devo dirti che il Sud che ti ho proposto in Frido è il vero Sud di oggi (almeno quello del Salento che è poi l’unico che io conosco e che devo rappresentare). […] la storia del cavallo è il pretesto per penetrare nel cuore della realtà, nel contrasto cioè tra il vecchio e il nuovo […]. Il cavallo è uno dei simboli caratteristici del vecchio Sud rurale che va scomparendo, e la fine del cavallo rappresenta, per noi che di questa violenta trasformazione siamo i testimoni diretti, la fine stessa del vecchio Sud.» (lettera dattiloscritta di Paolo a Palumbo del 15 agosto 1964)
Copertina della raccolta
di favole I millepiedi e
altri animali
, pubblicato

sempre da Calcangeli
I personaggi de I millepiedi sono antieroi e lo sguardo che Paolo getta sulla loro condizione è segnato da un darwinismo sociale che li mette di fronte anche a un doppio isolamento: isolati dal mondo degli uomini, simbolo del potere, e allo stesso tempo, ribellandosi alla propria condizione naturale, isolati dalla propria specie di appartenenza. I titoli delle fiabe utilizzano tutti il plurale (I pesci, I topi, Le pulci, I conigli, I cavalli, Gli scarabei, ecc.) nonostante le vicende raccontate coinvolgano solo personaggi singoli, figure isolate e superstiti i cui rapporti con la propria specie di appartenenza diventano per via metaforica i rapporti conflittuali tra individuo e società, e col passare dei racconti lo stile si increspa, movimentandosi sempre più fino a diventare quasi espressionista. Tutte e trentadue le favole si incentrano sul tema del destino di morte a cui sono condannati gli animali, una morte senza fine che si proietta al di là dei confini corporei e che si materializza in un vero e proprio pessimismo cosmico, in parte mitigato solo dalle poche scene di solidarietà che precedono le esecuzioni degli animali per mano umana. A questo tema di fondo si affianca poi una vena ragionativa che rende le favole dei monologhi interiori in cui vige la sospensione dei fatti e l’azione è affidata ai pensieri che ricostruiscono la realtà compiuta, un espediente tipico della letteratura del Novecento. In conclusione «I millepiedi e altri animali compongono un ritratto acre della natura e della realtà, nel quale confluiscono il disincanto e lo scetticismo, il buon senso di una civiltà contadina al tramonto, il decoro della cultura e della morale classiche. La riflessione sul destino di morte e sulla nudità dell’esistenza si intreccia con l’equilibrio e con la misura dell’humanitas, come orientamenti principali dell’abito intellettuale di Paolo.» (dall’introduzione di Fabio Moliterni a Salvatore Paolo, I millepiedi e altri animali, Calcangeli, Galatina, 2010, pag. 22)

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