venerdì 30 novembre 2012

HABIBI di Craig Thompson: la forza della narrazione e la sua capacità mitopoietica


Ci sono autori letterari, cinematografici, fumettistici e di altri media ancora, le cui opere costituiscono spesso e volentieri delle variazioni sul tema. Di volta in volta la forma, l’involucro narrativo e la patina strutturale rimandano sempre e comunque a due-tre temi di fondo costanti a tutte le produzioni che ne compongono la carriera. Nel campo dei mass media novecenteschi gli esempi di certo non mancano. Nel cinema live action lo statunitense David Lynch è uno di quei registi che torna spesso sui suoi onirici temi di fondo prediletti -il doppio e lo spaesamento identitario- portandoli avanti durante tutta la carriera e permettendosi addirittura il lusso di girare due film all’apparenza narrativamente diversi, ma nella forma e nella tematica di fondo profondamente uguali: Strade Perdute (1987) e Mullholland Drive (2001). Nel cinema d’animazione invece uno degli esempi più illustri è quello del giapponese Hayao Miyazaki, la cui riflessione sul rapporto/scontro tra uomo e natura, insieme a tantissimi altri elementi tematici come la donna forte, la passione per il volo, ecc., costituisce un filo continuo che lega tutte quante le sue opere.

Una sequenza da Addio Chunky Rice
Autori del genere esistono anche nel mondo del fumetto e, in tempi recentissimi, uno di questi è balzato agli onori della cronaca culturale per l’alto tasso qualitativo presente nelle sue opere. Si sta parlando di Craig Thompson, fumettista americano nativo del Michigan, autore di alcuni dei migliori graphic novel degli ultimi anni e dei migliori fumetti tout court di sempre. Dalla fervida penna di Thompson, sceneggiatore e insieme disegnatore delle sue creazioni, sono infatti scaturite gemme come Addio Chunky Rice (1999), Blankets (2003) e Habibi (2011). Tutte e tre le opere sono incentrate su un unico grande tema di fondo, sebbene ognuna di esse sia condotta con un diverso approccio strutturale e con differenti esiti narrativi: il rapporto tra gli affetti (uomo/donna, amato/amata) e il dolore della separazione. In Chunky Rice è centrale il rapporto tra la piccola tartaruga, Chunky Rice appunto, e la topolina sua migliore amica/compagna d’avventure Dandel e la malinconia esasperata causata dalla loro separazione; una vicenda autobiografica impregnata di lirismo e mascherata dallo stile cartoon di cui Thompson si serve per raffigurare i due protagonisti. In Blankets invece è il rapporto, di nuovo autobiografico, tra il giovane Craig e il suo primo amore Raina e lo spaesamento dovuto alla loro separazione: un delicatissimo racconto di formazione ancorato all’adolescenza dell’autore in costante rapporto/conflitto con l’educazione cristiano-evangelica ricevuta dalla propria famiglia. Stesso tema di base per Habibi, arabesco fantastico che intreccia le vite dei due islamici protagonisti, Dodola e Zam, componendo il loro rapporto in un rocambolesco arco narrativo che va dalla difficilissima infanzia, vissuta da fuggiaschi stabilitisi in una nave nel deserto, alla loro separazione e alla dolorosa mutazione reciproca dei loro corpi, confluita in una riunione carica di aspettative sul futuro. Da madre e figlio a fratello e sorella, da fratello e sorella ad amanti.

Dettaglio surrealistico
da Blankets

Stavolta non si tratta di un’opera autobiografica e si vede. Qui Thompson può sfogare molta della sua cattiveria autoriale, quella capacità innata in qualsiasi autore, che gli permette di giocare con la vita delle sue creazioni spesso in modo sadico, infliggendogli pene emblematiche e sofferenze atroci. Habibi infatti, se paragonato ai precedenti lavori del fumettista americano, di certo mantiene tutta quella carica di eterea dolcezza fantastica, presente soprattutto nelle parti in cui i due protagonisti condividono lo stesso spazio sulla scena (gli episodi sulla barca, la parentesi della baracca nella discarica e il finale nell’appartamento “di lusso”), ma pone anche dei forti punti di distanza rispetto al modo in cui la separazione viene narrata in Chunky Rice e Blankets. Se lì il dolore della distanza era qualcosa di immateriale, impresso a fuoco nell’animo dei protagonisti ma vissuto soltanto all’interno di una dimensione extrafisica, qui la distanza diventa dolore fisico e oltrepassamento dei limiti della sopportazione umana. Dodola e Zam dovranno fare i conti con la violenza di una realtà vessata da mille problemi sociale e abituata a pagare con il proprio corpo e il proprio sangue i debiti contratti nei confronti dell’abbiettezza umana. La separazione dei protagonisti, successiva alla rivendicazione di responsabilità da parte del piccolo Zam dopo che ha assistito al terribile modo in cui Dodola procura il cibo per sé e per il suo piccolo fratellino adottivo, si materializza attraverso delle pulsioni di morte che portano in un caso all’autolesionismo estremo, la castrazione, e nell’altro a un rifiuto totale della vita, il rifugio nei fumi dell’hashish in seguito a un parto costretto e a un figlio non voluto. Un dolore tuttavia che non riesce a piegare la speranza dei due protagonisti, capace invece di fortificare in loro la consapevolezza dei propri destini e la conseguente lotta contro l’ineluttabilità degli eventi; emblematico in questo caso l’episodio relativo alla trasformazione della brocca d’acqua in oro da parte di Dodola.

La singolare scelta grafica utilizzata in Habibi
da Thompson per mostrare il trascorrere del
tempo tra i fumi dell'hashish
Come ogni grande opera che si rispetti, Habibi –termine arabo che sta a significare “mio amato”- porta con sé diverse stratificazioni di senso favorendo differenti interpretazioni da parte dei lettori che di volta in volta ne codificano i tratti essenziali partendo ciascuno dalla propria sensibilità. Alle riflessioni che ne hanno evidenziato il suo carattere di parabola della relazione dell’umanità col mondo naturale se ne sono accompagnate altre che si sono soffermate su temi come la differenza di cultura tra primo e terzo mondo e il loro divario socio-economico, così come argomentazioni che fanno emergere l’eredità comune del Cristianesimo e dell’Islamismo. Nel corso delle sue 672 pagine –una mole di materiale che supera le monumentali 590 pagine di Blankets e tale da meritare a Thompson il soprannome di “Dickens del fumetto”- gli argomenti accennati, proposti o sviscerati sono tanti e tali da richiedere spesso letture integrative a quella fumettistica per riuscire a decodificare i mille e più riferimenti sparsi da Thompson qua e là all’interno di Habibi. Se il più palese riferimento è costituito dall’iconografia araba –dall’architettura al paesaggio, dagli arabeschi grafici alla scrittura vera e propria- a esso si accompagnano le suggestioni della Mille e una notte e di tutto quanto l’apparato narrativo e mitologico delle religioni monoteiste; un apparato codificato nelle sacre scritture del Cristianesimo e dell’Islam, tanto simili nelle intenzioni quanto differenti nei dettagli. Si pensi a esempio al sacrificio del proprio figlio da parte di Abramo e al diverso modo in cui tale sacrificio viene presentato nelle due culture: nel Qur’an (37:102) è il figlio Ismaele a sacrificarsi volontariamente mentre nella Genesi (22:7) è il figlio Isacco a essere attirato al sacrificio con l’inganno.

Dodola e Zam, da
Habibi
È proprio la maestosità dell’intreccio narrativo delle diverse storie e la bravura di Thompson nel saperle piegare ai temi che gli stanno a cuore a far luce sul nodo principale di Habibi, comune a tutta quanta la letteratura: la capacità mitopoietica insita nella narrazione di storie. E per mitopoiesi non si intende certo un genere narrativo, così come semplicisticamente e riduttivamente riportato da Wikipedia, bensì la potentissima capacità insita in ogni essere umano di dar vita alle modalità possibili dell’esistente attraverso una narrazione di fatti ed eventi che si rifanno alla realtà, che possono richiamare narrazioni (miti) precedenti e che possono inglobare al loro interno tanto la sintesi di un’attitudine umana quanto la specificazione di un sentimento universale condiviso. Ciò che Habibi ci mostra prepotentemente, palesemente e orgogliosamente, è proprio questa capacità creativa capace di plasmare universi e di modificare l’andamento della realtà. È vero infatti che l’essere umano si nutre di narrazioni, dalla più semplice azione quotidiana (anche portare a spasso il cane implica una narrazione, di se stessi e del proprio animale domestico in questo caso) al più complesso dramma epico, e che senza di esse sarebbe un involucro vuoto incapace di reagire agli eventi della vita. Le narrazioni infatti, i miti, ci forniscono uno schema di comportamento al quale attingere quando affrontiamo situazioni di routine, ripetitive nell’arco della nostra vita, ma costituiscono anche un bagaglio di esperienza da spendere quando ci troviamo di fronte a un evento inatteso. Allargando l’orizzonte di riferimento, pur restando nei confini della materia trattata da Thompson, il ruolo dei grandi miti e delle grandi mitologie era proprio quello di fornire da esempio e di essere archetipi di situazioni e/o concetti umani e naturali di stampo universale. Le vicende degli dei del pantheon delle varie religioni politeiste, così come le narrazioni delle loro gesta a opera degli aedi e dei cantastorie, trasmigrano nelle parabole dei predicatori e nelle scritture delle religioni monoteiste, sviluppando un intento moralizzante che funge da “lezione di vita” al lettore credente. È la stessa Dodola a farne un uso simile, servendosene per la formazione del piccolissimo Zam:

«A 3 anni, raccontavo a Zam storie per calmarlo e farlo addormentare.
A 4 anni, raccontavo a Zam storie che ci potessero avvicinare.
A 5 anni, raccontavo a Zam storie per stimolare la sua immaginazione.
A 6 anni, raccontavo a Zam storie per distrarlo dalla fame.
A 7 anni, raccontavo a Zam storie per convincerlo ad aiutarmi nelle faccende domestiche.
A 8 anni, raccontavo a Zam storie per insegnarli dei principi morali.
A 9 anni, raccontavo a Zam storie per insegnargli che la vita è più complessa di quanto ci facciano credere le lezioni morali.
A 10 anni, raccontavo a Zam storie come piacevole diversivo allo studio.
A 11 anni, raccontavo a Zam storie che erano velate rivisitazioni delle nostre stesse esperienze.»

Doppia pagina sul potere del racconto, da Habibi


La "musicalità visiva" della
calligrafia araba, da Habibi
Habibi si fonda in primis sulla capacità creativa della scrittura, mettendo in luce anche la “musicalità visiva” della calligrafia araba tutta costruita sull’armonia delle forme, e su questa capacità creativa innesta i riferimenti biblici/coranici di Dodola, al contempo maestra di vita di Zam e donna araba capace di sfuggire al proprio destino sociale proprio grazie al valore salvifico della scrittura, da intendere in questo caso come cultura. La narrazione che diventa cultura e in quanto tale offre un'ancora di salvataggio al genere umano: non è un caso che la ricerca di Zam della sorgente d’acqua riesca grazie a un jinn-serpente raffigurante le lettere del buduh, un amuleto sacro composto dalle lettere dell’alfabeto e capace di proteggere il suo portatore. In questo caso a portare il buduh è Zam, il cui nome deriva da un racconto biblico incentrato sulla scoperta di una fonte d’acqua da parte di Hagar, seconda moglie di Abramo, e di suo figlio Ismaele. Nomen omen. Le parole che diventano la capacità dell’essere umano di risolvere i problemi, quindi la cultura che diventa un faro guida per l’intera umanità. La capacità mitopoietica della razza umana come forma di legittimazione universale del progresso. Se non c’è narrazione non c’è cultura e se non c’è cultura non può esserci umanità e progresso. Tra le tante tematiche affrontate da Thompson in Habibi probabilmente questa è una delle meno visibili, ma allo stesso tempo sicuramente una delle più importanti per un’opera imprescindibile che non dovrebbe mancare in nessuna biblioteca, non solo fumettistica, degna di tale nome.

Di seguito trovate una delle sequenze di Habibi incentrate sul potere della narrazione. Basta cliccare sulle immagini per ingrandirle.
(Le immagini sono proposte a mero scopo divulgativo, tutti i diritti appertengono ai legittimi proprietari)